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martedì 29 luglio 2014

martedì 22 ottobre 2013

Controcalcio. Un minuto di silenzio







Un tempo Fazio imitava Gianni Minà. Poi è diventato Gianni Minà, e quindi intervista Maradona. Idea banale, mito ormai svanito (da anni, e non per colpa di Fazio) e poi lo squallore dello spot anti-Fisco. Appunto, che squallore.

Gli ultras sono un fenomeno a parte del calcio, quasi sempre citati in negativo. Però cantare “Io credo risorgerò” per commemorare le vittime di Lampedusa e poi lo scomparso vicepresidente Martinelli non mi è sembrato un atto offensivo da parte degli ultras del Verona, anzi.

Tante parole sulla violenza negli stadi, sul razzismo, sull’integrazione, sui valori sani dello sport. Poi, a Firenze, via le barriere protettive, cori e sfottò per la classica al veleno Fiorentina-Juventus. Segna Tevez, e gioisce mimando una mitragliata, come faceva Batistuta. Segna Pogba, e gioisce mimando una mitragliata, come faceva Batistuta. Come dire: voi parlate pure dei valori, che la benzina la portiamo noi. Se poi la Fiorentina vince 4-2 vuol dire che il dio del calcio si è incazzato davvero (spero sia proprio così).

A.S.

sabato 22 giugno 2013

Controcalcio. Con tutto il rispetto (nostalgia canaglia)



sempre e solo verde-oro


A.S..

venerdì 3 agosto 2012

Controcalcio. Il ritorno dell’orso Bruno




  
Alzi la mano chi ieri non l’ha pensato. Partita estiva di Europa League, a Spalato, in Croazia, gioca l’Inter.
La7 si aggiudica l’esclusiva, ma serve un telecronista e sono tutti in ferie.

- Pronto, Bruno?
- Sì?
- Sì, ciao, sono Francica Nava...
- Oh, ciao, come la va?
- Senti, Bruno, visto che sei lì in zona, ti andrebbe di commentare la partita dell’Inter a Spalato? Treno e trattoria pagata, considera che l’indomani c’è una rassegna sulle grappe friulane e croate...

A volte basta poco.


A.S.

venerdì 25 giugno 2010

lunedì 14 giugno 2010

Controcalcio. DINAMO!


La prima volta di Sassari nella serie A del basket, la seconda volta della Sardegna trent'anni dopo il Brill Cagliari.
Le feste sportive per noi hanno lunghi tempi d'attesa, ecco perché non le dimentichiamo.

Francesco Obinu

mercoledì 9 giugno 2010

Controcalcio. Ci siamo!

Aborro la nostalgia. Aborro la nazionale italiana di calcio, con le sue polemiche, i saluti presidenziali, le finte e scaramantiche aspettative e le false delusioni.
Ma adoro i Mondiali!
A.S.

lunedì 24 maggio 2010

Controcalcio. L'altra faccia della medaglia


L’altra faccia della medaglia è la solita follia del calcio, direbbero i benpensanti: l’omicidio a Torino a fine partita, dopo un diverbio sulla questione della “scarsa italianità” dell’Inter. È questo in realtà il frutto amaro di chi da anni soffia sull’autarchia (ancora meglio se “padana”), sprezzante dell’unità nazionale, dell’Europa, dell’immigrazione, di tutto ciò che è diverso; salvo trarre da immigrati meridionali, Stato centrale, Unione Europea e lavoratori extracomunitari la linfa vitale di tanta economia, che vive anche di soldi sporchi italiani ben custoditi all’estero. Eccola servita la vittima di questa becera propaganda a un tempo leghista e fascista, di chi sogna forse di ribattezzare ancora una volta il Football Club Internazionale “Ambrosiana Inter”. Come che si potesse ridurre la squadra nerazzurra ad un’espressione cittadina o regionale. L’aspetto “milanese” dell’Inter conta in realtà poco o niente nel cuore e nella mente del tifo calcistico vero, quello che nasce da bambini e si nutre di colori e di miti e che niente ha a che vedere con localismi e ultras, violenti o meno che siano. Che spiega come l’Inter, analogamente a poche altre squadre leader, goda di tanti tifosi nel mondo, non solo in Italia. Internazionale e anche per questo espressione della passione e del lavoro sportivo di uomini di tutto il mondo, di ogni colore della pelle: come scordare che l’Inter è vista anche come una “squadra di negri”, con la beffa di Balotelli “negro italiano” (diritto di suolo contro diritto di sangue: Fini batte La Russa, peraltro interista...)? E gli “Italiani nel mondo”, cui è stato dato da poco il diritto di voto? Come la mettiamo? Come la mettiamo con Zanetti e Cambiasso, nipoti di italianissimi emigrati? Ammesso che la cosa abbia un senso, si può anche criticare il fatto che l’Inter abbia in squadra pochi giocatori italiani, ma soffiare sul razzismo e sulla demagogia è una pratica pericolosa, soprattutto quando a farlo è chi ha responsabilità di governo e grande esposizione mediatica.

Alessandro Soddu

Controcalcio. Inter: verità e leggenda



Quella del 22 maggio 2010 è una data che non solo gli interisti dovranno ricordare a lungo, perché segna la fine dell’idea di una squadra forte, ricca ma fondamentalmente perdente. Un pensiero alimentato nell’immaginario collettivo da alcuni fattori reali, quali l’incapacità della proprietà fino a poco tempo fa di delegare la gestione dirigenziale e tecnica ed il controllo criminale esercitato a lungo sul calcio italiano da certi personaggi e smascherato solo nel 2006, peraltro non completamente. Detto in altri termini, se l’Inter di Massimo Moratti ha tardato così tanto a vincere deve guardare innanzitutto alle proprie colpe e in seconda battuta a fattori esterni, che avrebbero potuto comunque essere superati con una più oculata politica societaria. Lo pensavo dieci anni fa e oltre, in tempi di vacche magre; continuo a pensarlo ora, ubriaco di trionfi. Perché è evidente che questo ciclo di successi ha solo parzialmente a che fare con gli effetti del terremoto giudiziario orribilmente battezzato “Calciopoli”. Chi pensa che l’Inter si sia rinforzata saccheggiando la Juventus con gli acquisti di Vieira e Ibrahimovic è stato smentito due volte: il primo ha giocato complessivamente poche partite, mentre il secondo non ha mai fatto la differenza con la maglia bianconera, così come non è stato decisivo al Barcellona. È chiaro dunque che è stata l’Inter a permettere a Ibrahimovic di esprimersi al meglio e non viceversa. Quanto poi alle oggettive, spropositate, disponibilità finanziarie di Moratti, nessuno può affermare che le ultime campagne acquisti siano state superiori a quelle di tante altre deludenti stagioni. Se la qualità dei giocatori si è tramutata finalmente in superiorità tecnica è solo perché dirigenti e allenatori hanno saputo inculcare alla squadra una mentalità vincente, essendo stati messi nelle condizioni di gestire la cosa in modo ottimale. Ciò che è mancato a galantuomini come Simoni e Cúper, mentre Mancini ha goduto di un clima più favorevole, peraltro mettendoci del suo. E tuttavia José Mourinho ha dimostrato di essere davvero di un altro pianeta. Sono felice di essermi sbagliato su di lui dopo la prima stagione. Al di là della sapienza tattica e psicologica, la sua magia è stata quella di tenere testa e sconfiggere il mostro mediatico-sportivo italiano, dal quale ora fugge, rimpianto anche dai nemici.

Alessandro Soddu

martedì 4 maggio 2010

Controcalcio. I Romani e i Barbari




La memoria è una brutta bestia, e so bene cosa dico.
Quando la Juventus perse lo scudetto nel diluvio di Perugia, la vera ragione non era il meteo ma la minaccia teppistica degli ultras. Era una questione di ordine pubblico.
Così, quando sento la sequela di idiozie su Lazio-Inter 0-2 di domenica scorsa, non posso non pensare al 5 maggio 2002 (quando l'Inter perse lo scudetto giocando con...la Lazio) e al derby Roma-Lazio di non molto tempo fa, "sospeso" dagli ultras per la finta notizia dell'omicidio di un bambino.
Solo chi è ingenuo o in malafede crede che giocatori e tifosi organizzati siano la stessa cosa. Quelli la partita non la guardano nemmeno.

A.S.

LETTURA DEL GIORNO

da "Repubblica" del 13 maggio 2000

ROMA - C' erano anche i romanisti. Spalla a spalla con gli Irriducibili, hanno partecipato alla guerriglia urbana che ha bloccato intere zone di Roma giovedì. La Digos ha esaminato più volte alcune riprese degli incidenti, ed ha riconosciuto alcuni sorprendenti protagonisti della manifestazione partita di fronte alla sede del Federcalcio. Ma laziali e romanisti non hanno fatto fronte comune per motivi sportivi. Ad unirli, come capita sempre più spesso, è stato l' estremismo di destra: tra i fermati sono tre gli appartenenti a Forza Nuova. Il bilancio della questura parla anche di un arresto convalidato, quattro fermati denunciati per resistenza a pubblico ufficiale e danneggiamenti. Rapporti complicatissimi, quelli tra ultras. Gli intrecci diventano sempre più misteriosi, i legami si fanno e disfano ad alta velocità. E da queste inimicizie dipende l' esito dell' ultima, avvelenata giornata di campionato. Quella in cui la Lazio ospiterà la Reggina, aspettando notizie da Perugia dove calerà la Juventus. La minaccia è nota: tutti a Perugia. Durante gli incidenti di giovedì, tra bottiglie molotov, lacrimogeni, traffico deviato, auto e moto danneggiate, vetrine sfasciate, cassonetti bruciati, dagli ultrà laziali si è sentito nitido un tam-tam che parlava di una spedizione punitiva contro gli juventini. Le misure di sicurezza a Perugia, che configurano una città blindata, non rendono semplice il blitz. Se migrazione sarà, riguarderà gli juventini: "Saremo in diecimila" annunciano i capi bianconeri, pur sapendo che di biglietti ce ne sono 2.600. Il presidente Vittorio Chiusano parla di "abnorme stato di tensione, alimentato dalle gravi, irresponsabili dichiarazioni provenienti da fonti qualificate". Per i laziali è più consigliabile un intervento al Giro d' Italia. Succederà oggi ai Fori Imperiali. Il progetto originario prevedeva un autentico blocco della corsa rosa. Pacifico, "a meno di essere provocati", in pratica le condizioni in cui si sono sviluppati gli scontri di giovedì. Ma nelle ultime ore la minaccia si è ridimensionata: si parla di uno striscione, pessimista ma comunque civile, sulla morte del calcio. Decisivo è stato l' intervento di Cragnotti, molto meno accomodante con gli ultrà su pressione del questore di Roma La Barbera. Questo tema, il decesso del calcio, ispirerà tutte le manifestazioni di domani. Invece di mettere in scena una polemica festa scudetto, o di abbracciare semplicemente Nesta e compagni, i leader della Nord hanno puntato su un funerale del pallone. Un corte funebre che muoverà da piazza del Popolo alle 13.30 (il centro storico resterà presidiato fino a tarda sera) per raggiungere il piazzale antistante alla curva. Là dove i tifosi rimarranno anche quando Borriello avrà fischiato l' inizio di Lazio-Reggina. Per quindici, surreali minuti la Nord, ma forse anche altri settori dell' Olimpico rimarranno vuoti. Poi gli spettatori entreranno, sempre che la manifestazione sia stata fedele ai suoi intenti e non sia successo niente con le forze dell' ordine. "Non vogliamo un fine settimana di fuoco" la promessa degli Irriducibili che contano. Ancora ultrà e relazioni pericolose. A Reggio Calabria non hanno gradito l' elevato costo dei biglietti per il settore ospiti: cinquantamila lire. Una soluzione che è stata interpretata come un tentativo di tenere lontani i tifosi avversari in una giornata molto speciale. Ma nonostante la diffidenza, tra gli ultrà c' è un buon clima, reso possibile proprio dalle polemiche sull' arbitraggio di De Santis in Juve-Parma. "La Lazio ha tutte le ragioni per recriminare" assicurano i vertici del tifo reggino, che si sono spinti oltre la solidarietà per chiedere addirittura un gemellaggio. Impossibile: è già stato sancito con i romanisti, l' ultimo Roma-Reggina è stato uno dei pochi esempi di tifo civile in Italia. Il giallorosso, in questo caso respinge. Ma sono stati proprio tifosi della Roma a mettersi in contatto con gli ultras laziali per manifestare il proprio sdegno. Potenza di De Santis.
(Mattia Chiusano)

mercoledì 10 febbraio 2010

Controcalcio. Cosa ci siamo persi...



Ciro contro Serse!
Alessandro Soddu

giovedì 19 novembre 2009

Controcalcio. Eresia (lascia che sia)



Alessandro Soddu

giovedì 16 luglio 2009

Controcalcio. L'occhio che uccide

«Realizziamo i vostri sogni». Per quanto possa riuscire insopportabile, anzi, proprio perché risulta insopportabile, questo striscione, apparso sulla gradinata dei tifosi milanisti all’inizio di un derby di qualche anno fa dopo che il Milan aveva conquistato la coppa dei campioni, sintetizza in modo esemplare due atteggiamenti umanissimi che possono provarsi dalla prima infanzia alla soglia della tomba: lo scherno del prossimo e l’invidia, speculari e in contrasto assoluto. Solo il superamento dello stadio puerile o, ottimisticamente, il superiore distacco dalle cose (presuntamente) futili può permettere – in questo caso ai tifosi interisti – di valutare col giusto peso la suddetta affermazione e giungere perfino ad apprezzarne la matematica (e diabolica) perfezione. D’altra parte, l’invidia è uno stato d’animo atipico, che pesca nel torbido della coscienza ed è capace anche di inquietare, a giudicare dal più recondito e discusso dei sentimenti umani, quella femminile «invidia del pene» di cui informano i testi di psicanalisi. Ma c’è anche un’invidia fallica maschile che giustifica il successo della pornografia tanto quanto lo determina la carrellata di donne belle e maledette, perché è chiaro a tutti che personaggi come John Holmes e Rocco Siffredi sono miti quasi esclusivamente maschili. La constatazione delle cose e la loro razionalizzazione sono così le uniche armi che possono opporsi all’insorgere dell’invidia, operazioni realizzabili seppure con difficoltà e peraltro non definitive, perché l’accettazione di un fatto (o del fato, per i più catastrofisti) va a pari passo con le occasioni di riflessione sullo stesso, come in un’interminabile rielaborazione del lutto. La maledizione di scoprirsi eternamente invidiosi conduce senza dubbio ad una vita pietosa, ma la tanto decantata “cultura della sconfitta” può essere, fuori da ogni artificio filosofico, il vero toccasana per equilibrare gli alti e bassi di un’esistenza qualunque. In questo senso, gli interisti, tra antichi piagnistei e vanagloria post-moggiana, dovrebbero avere gli anticorpi per affrontare in modo sereno la prossima stagione calcistica. A patto che mago Merlinho smetta di propinare a stampa e tifosi le sue pozioni avvelenate di (invidiabile?) narcisismo e presunzione.

Alessandro Soddu

sabato 4 aprile 2009

Controcalcio. Ho visto Maradona

Ho visto Maradona, il film di Kusturica. La vita e le opere del genio del calcio con gli occhi di Maradona, e con quelli di Kusturica. Bello e soprattutto non stucchevole. Per chi ama il calcio in modo viscerale è sempre difficile approcciarsi a una riduzione letteraria, cinematografica o artistica. C’è sempre il rischio che venga omesso qualcosa o, al contrario, esagerati i toni, che il narratore prevalga sull’attore, come il critico d’arte sull’opera d’arte. La rabbia che assale il telespettatore quando il regista anziché seguire l’autore del gol in tutta la liturgia del festeggiamento ripropone ossessivamente inutili replay. Il tempo non ammette moviole e tutto il baraccone mediatico che ruota intorno al calcio serve solo ad avvelenare gli animi e non a raccontare qualcosa che è già racconto pulsante. Il business impone contratti, ritmi, calendari, ma pretende anche di celebrare valori e di promuovere una società migliore. È evidentemente tutto inutile, oltre che ipocrita: sarebbe come vedere le prostitute incoraggiare l’astinenza sessuale. La favoletta dei “valori dello sport” avrà (o tornerà ad avere) un senso quando a raccontarla non sarà lo stesso orco cattivo. Dai campioni del calcio (o di altri sport) non ho mai preteso che insegnassero un accidente, se non ciò che facevano in campo. L’inarrivabile bravura e presunzione di Maradona l’ha reso inviso a milioni di tifosi avversari, ed è giusto che nella storia sia stato così. Ma il suo progressivo e inarrestabile declino ha fatto capire che abbiamo avuto la fortuna di assistere a qualcosa di straordinario e, soprattutto, tangibile. Altri miti, Pelè su tutti, appartengono a un’era sostanzialmente pre-televisiva e perciò galleggiano in una memoria omerica. Maradona no. Autore del suo destino nel bene e nel male, è stato fra noi, mostrando tutta la sua natura divina e una devastante umanità. Ci vuole un’età giusta per capire Maradona. La sua consuetudine con la droga non era diversa da quella di tanti importanti uomini politici che ne giustificano l’uso per scopi terapeutici. Ho capito di amare Maradona nel 1994, guardando da un megaschermo a Genova la partita Argentina-Grecia, in un bar, tra immigrati e persone qualunque di ogni nazionalità. Il suo gol, il suo urlo mi hanno reso felice. La congiura yankee e tutto il resto mi interessano quanto i baffi di Gianni Minà. Ho visto Maradona.
Alessandro Soddu

giovedì 12 marzo 2009

Controcalcio. Gli Dèi falsi e bugiardi

Gli ultimi anni di grigia competizione calcistica hanno regalato agli addetti ai lavori (e non solo) un nuovo, curioso, fenomeno antropologico. La conversione dello juventino medio (comoda condizione maturata nell'infanzia inconsapevole) in anti-interista (vocazione scoperta in età adulta, postmoggiana). Così all’amarezza per l’eliminazione dalla Champions (l’ennesima, soprattutto in rapporto al cospicuo numero di partecipazioni) i tifosi bianconeri possono contrapporre il godimento per la canonica uscita di scena dell’Inter. Stavolta, a dire il vero, meno squallida del solito e tuttavia più bruciante, perché maturata in modo beffardo, per quanto comunque meritata. Dopo una pietosa andata a Milano miracolosamente finita zero a zero, nella partita di ritorno a Manchester sono intervenuti in favore degli inglesi gli Dèi del calcio, quelli cioè che sovrintendono ai pali e alle traverse. Si tratta - per capirci – di quell'elemento capace di rendere le partite "stregate": per il Brasile dell'82 Paolo Rossi che mette dentro ogni pallone (i tre toccati in tutta la partita), per l'Italia del '94 Roberto Baggio che calcia il rigore decisivo alle olive, ecc. ecc. L'Inter ha giocato a Manchester una buona partita e un grande primo tempo, meritando almeno di pareggiare. Cosa che avrebbe consentito, per il calcolo dei gol in trasferta, di passare il turno. Come tante volte è successo al "grande" Milan e alla Juve in passato. Così non è stato. Globalmente, quest’anno l'Inter ha giocato la Champions in modo inguardabile, per cui, facendo un ragionamento complessivo, è giusto che sia andata così. Peccato però che nel calcio, e non solo nel calcio, contino anche gli episodi e la fortuna. E si sa che per fronteggiare gli eventi negativi è necessario prevenirli, organizzandosi con metodo: quando si ha la possibilità di farlo e si fallisce per manifesta incapacità non ci sono attenuanti. Per questo il simpatico Mourinho rischia di finire in un mare di guai (si fa per dire), tra le risate diaboliche di chi aspetta solo sulla prima pagina della “Gazzetta” di maggio un titolo a caratteri cubitali: «Zero titoli!».
Alessandro Soddu