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giovedì 3 luglio 2014

Bellezza

Nave Grecale. Luglio 2014 (foto La Nuova Sardegna, 3.7.2014)

C'è una potente bellezza in ogni tragedia.
A.S.

lunedì 1 febbraio 2010

Dies. Una parte

La prima candelina di Dies è stata l’occasione per diversi pareri e considerazioni intorno al nostro blog.
Tra le tante cose che sono state dette, una mi ha colpito in modo particolare: “siete di parte”. Quest’affermazione mi ha colpito non per il significato in sé, ma per il tono del rimprovero con cui normalmente, non solo nel nostro caso, viene espressa.
Io non credo che “essere di parte” sia una specie di colpa, ma una condizione normale degli esseri umani.
È una condizione normale nella dimensione politica (com’è evidente a tutti), perché se la Democrazia è possibile, è possibile anche grazie al confronto tra posizioni ideologiche e culturali differenti, che esprimono proposte e soluzioni diverse per l’organizzazione e il funzionamento della società. Quando questo confronto non è inquinato da comportamenti dettati dall’interesse privato, allora è migliorativo e favorisce il progresso.
È una condizione normale anche nella dimensione personale, perché l’essere di parte è legato alla possibilità e capacità dell’individuo di fare scelte libere e consapevoli.
La scelta è una condizione necessaria dell’esistenza. Anche quando decidiamo di non scegliere, facciamo una scelta. E se è vero che a volte le nostre scelte sono “obbligate”, è anche vero che spesso abbiamo la possibilità di fare scelte che sono lasciate interamente a noi, o hanno come unico limite la concomitante libertà di scelta degli altri. Non abbiamo lo stesso trasporto verso tutto e verso tutti. La varietà non si presenta come un valore in sé, ma come un’opportunità che si offre alla nostra libertà di scegliere.
Così, quando sostengo con forza le mie convinzioni, non lo faccio perché penso “di sapere tutto”, ma perché credo nelle Idee che ho scelto di seguire. Consapevole che si tratta delle mie convinzioni personali, non della verità assoluta.
Dies parla con le voci soggettive – e indipendenti – dei suoi fondatori, dunque non può essere sopra le parti. Non può parlare con una voce universale, alla ricerca di un’imparzialità che è soltanto un mito, che non esiste “in natura” e che quando esiste è soltanto una costruzione artificiale, che confina con l’opportunismo e l’ipocrisia.
Dies è una parte fra le parti, che si esprime e poi lascia spazio a tutte le altre voci che vogliano esprimersi, nel consenso o nel dissenso. Voci diverse possono dare vita ad un confronto costruttivo, da cui possono scaturire idee non solo nuove, ma anche condivise.
Questo messaggio è per chiunque voglia leggerlo, per tutte le altre parti, per tutti gli altri soggetti. Dies lo ha messo nella bottiglia. E l’ha affidato al mare.

Francesco Obinu

giovedì 21 gennaio 2010

Dies. Un anno


1. Dopodomani, un anno fa, pubblicavo il primo post di Dies.
365 giorni (uno più, uno meno) non sono un lasso di tempo particolarmente ampio, però invogliano già ad uno sguardo retrospettivo per fare il primo piccolo bilancio di un’esperienza.
Se dicessi che siamo andati “alla grande” sarei un mentitore che sa di mentire, perché il mio unico intendimento sarebbe quello di millantare credito.
In verità non siamo andati proprio alla grande. A parte un manipolo di valorosi, che ci ha seguito fin dall’inizio (o quasi), e al quale va la nostra sempiterna riconoscenza, non abbiamo avuto un vero “pubblico” di commentatori.
Il mio amico Alessandro ha una sua teoria: che, probabilmente, in molti ci leggono senza lasciare commenti. Non so quanto fondamento possa avere questa ipotesi, ma se fosse vera non mi sentirei più sollevato, perché abbiamo creato Dies con l’ambizione di suscitare il dibattito intorno a questioni che interessano un po’ tutti.
O, almeno, così dovrebbe essere. In realtà sembrerebbe che così non sia.
Allora, inevitabilmente, uno si chiede da cosa dipenda il disinteresse. La prima risposta, la meno presuntuosa, è che non siamo capaci di essere interessanti, dunque dovremmo chiuderci in camera caritatis per capire dove sbagliamo e cosa possiamo fare per non sbagliare più (o per sbagliare meno, via).
La seconda, forse un po’ facilona, è che in realtà ci segue giusto quel manipolo di valorosi, dunque dovremmo studiare una strategia di marketing che riesca a “venderci” ad un pubblico più vasto.
La terza, molto tormentata ed esistenzialista, dà tutta la colpa all’“epoca del disincanto”, in cui continuiamo a vivere, sebbene il Novecento sia finito.


2.
Per capire se sia buona la terza, però, ci vorrebbero Freud, Adorno o Horkheimer.
Allora, in tutta modestia, torno al primo anno di Dies, perché il 2009 mi suggerisce una definizione alternativa: l’“anno del rewind”.
In questi giorni gli inconsolabili vedovi di Craxi stanno realizzando il sogno che hanno coltivato nei mesi passati, cioè glorificare e riabilitare il caro estinto.
In precedenza la mente illuminata di Pansa ci aveva spiegato che i poveri repubblichini erano italiani anche loro (ma va?), che credevano sinceramente nella loro idea di Italia (peccato che fosse anche quella del Duce!) e che dunque meritano di essere riabilitati. Pure loro.
Intanto, sostenuto da innumerevoli fans, c’è anche chi continuerà la sua personale riabilitazione “in progress” attraverso la via legal-costituzionale: è questione di classe, non tutti possono permetterselo.
A questo punto propongo di abolire il nome Italia e di chiamare il nostro paese Riabilandia. È un paese che non sa proprio fare a meno di guardare indietro; così conservatore da restare attaccato anche agli esempi peggiori della sua storia.
Ad ogni modo, buon compleanno Dies!


Francesco Obinu