La matematica non è un’opinione, tantomeno la lingua.
Omofobia vuol dire paura dello stesso. Quindi un omosessuale
che ha paura di un omosessuale è omofobo, un eterosessuale che ha paura di un eterosessuale
è omofobo, un eterosessuale che ha paura di un omosessuale è eterofobo.
Posto che io non ho mai conosciuto un eterosessuale in vita
mia e dunque dubito fortemente che ne esista qualcuno, il fatto che nel 1971 un
tizio abbia deciso di inventarsi un composto linguistico usando il greco a suo
piacimento mi lascia sgomenta. Quando non ho di meglio da fare, s’intende.
Le parole sono importanti (cit.), ma sono anche portanti. Portano
significati, dovrebbero farlo, altrimenti non comunicano, creano confusione,
diventano tipografia e vuoto suono.
Di certo la lingua posticcia che il termine omofobia
rappresenta è il prodotto di una carenza di concetti che affligge il mondo molto
più della carenza di petrolio o di diritti umani. La semplificazione delle parole facilita la comunicazione ma mortifica il pensiero. Mi spiego: cosa vuol dire “paura
dell’omosessuale”? Se creo una definizione sto in realtà creando un problema.
Se un signorino mi aggredisce perché gli bacio la sorella, per quale diavolo di
ragione dovrei dargli un nome diverso da “soggetto violento”? Mi aggredisce ed è questo il vero problema,
non quello freudianamente propinato. Lo so, propinato è una parola difficile. E di origine greca. E bellissima. Mentre voi aspettate il
vaccino contro l’omofobia, io studierò il greco.
Denise Pisanu
(l'eterosessualità come concetto medico esiste, lo so)
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