Nel calcio, a 30-35 anni si è già vecchi; in politica si è troppo giovani; in guerra si è uomini e basta. Sentimentalmente, soffro per la vecchiaia dei calciatori dell’Inter e per l’inettitudine della società che non ha saputo cogliere (e magari monetizzare) i segni del declino la notte di Madrid. Intellettualmente, mi godo lo scontro generazionale Bersani-Renzi, senza tifare per l’uno o per l’altro, pensando però che chi guida un partito debba usare altri argomenti (cosa vuol dire “idee superate, da anni ‘80?”). Ognuno, vecchio o giovane, ha il diritto di aspirare a prendere in mano il potere e non mi risulta che in politica si possa fare chiedendolo per (o con) cortesia. Quindi, vinca il migliore o il peggiore, ma possibilmente il nuovo, grazie.
Alessandro Soddu
lunedì 31 ottobre 2011
mercoledì 26 ottobre 2011
Politica. Dopo la tempesta
Prendendo la parola in questo consesso mondiale sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me: e soprattutto la mia qualifica di ex nemico, che mi fa considerare come imputato e l'essere citato qui dopo che i più influenti di voi hanno già formulato le loro conclusioni in una lunga e faticosa elaborazione. Non corro io il rischio di apparire come uno spirito angusto e perturbatore, che si fa portavoce di egoismi nazionali e di interessi unilaterali?
Signori, è vero: ho il dovere innanzi alla coscienza del mio Paese e per difendere la vitalità del mio popolo, di parlare come italiano; ma sento la responsabilità e il diritto di parlare anche come democratico antifascista, come rappresentante della nuova Repubblica che, armonizzando in sé le aspirazioni umanitarie di Giuseppe Mazzini, le concezioni universaliste del cristianesimo e le speranze internazionaliste dei lavoratori, è tutta rivolta verso quella pace duratura e ricostruttiva che voi cercate e verso quella cooperazione fra i popoli che avete il compito di stabilire.
Ebbene, permettete che vi dica con la franchezza che un alto senso di responsabilità impone in quest'ora storica a ciascuno di noi, questo trattato è, nei confronti dell'Italia, estremamente duro; ma se esso tuttavia fosse almeno uno strumento ricostruttivo di cooperazione internazionale, il sacrificio nostro avrebbe un compenso: l'Italia che entrasse, sia pure vestita del saio del penitente, nell'ONU, sotto il patrocinio dei Quattro, tutti d'accordo nel proposito di bandire nelle relazioni internazionali l'uso della forza (come proclama l'articolo 2 dello Statuto di San Francisco) in base al "principio della sovrana uguaglianza di tutti i Membri", come è detto allo stesso articolo, tutti impegnati a garantirsi vicendevolmente "l'integrità territoriale e l'indipendenza politica", tutto ciò potrebbe essere uno spettacolo non senza speranza e conforto. L'Italia avrebbe subìto delle sanzioni per il suo passato fascista, ma, messa una pietra tombale sul passato, tutti si ritroverebbero eguali nello spirito della nuova collaborazione internazionale. [...]
(Alcide De Gasperi, Parigi 10.08.1946).
Parlando domani al Collegio d'Europa di Bruges, ribadirò il profondo, convinto attaccamento dell'Italia alla storica conquista dell'Euro e alla causa dell'unità europea. Questo, e nessun altro, è il punto di riferimento e di forza anche per il nostro paese di fronte alla crisi che oggi colpisce finanziariamente e minaccia economicamente l'intero continente.
Inopportune e sgradevoli espressioni pubbliche - a margine di incontri istituzionali tra i capi di governo - di scarsa fiducia negli impegni assunti dall'Italia, non possono farci perdere di vista la sostanza delle questioni e delle sfide che abbiamo davanti. Gli sforzi già avviati e gli elementi positivi della nostra situazione sono stati certamente già illustrati a Bruxelles. Ma dobbiamo compiere tutte le scelte necessarie per ridurre il rischio a cui sono esposti nei mercati finanziari i titoli del nostro debito pubblico, rendere più credibile il nostro impegno ad abbattere tale debito e a rilanciare la crescita economica. Nessuno minaccia l'indipendenza del nostro paese o è in grado di avanzare pretese da commissario. Ma da 60 anni abbiamo scelto - secondo l'articolo 11 della Costituzione e traendone grandissimi benefici - di accettare limitazioni alla nostra sovranità, in condizioni di parità con gli altri Stati : e lo abbiamo fatto per costruire un'Europa unita, delegando le istituzioni della Comunità e quindi dell'Unione a parlare a nome dei governi e dei popoli europei.
Siamo, oggi più che mai, nella stessa barca in un mare in tempesta. Ciascun paese deve fare la sua parte e dobbiamo garantirci reciprocamente l'indispensabile solidarietà. Per l'Italia è il momento di definire - in materia di sviluppo e di riforme strutturali - le "nuove decisioni di grande importanza" annunciate ieri nella dichiarazione ufficiale del Presidente del Consiglio.
(Giorgio Napolitano, Roma 25.10.2011)
A.S.
martedì 25 ottobre 2011
lunedì 24 ottobre 2011
il Centonovelle
SLOGAN
Ci risiamo. Questa volta è stata Emma Marcegaglia, mentre chiedeva per l'ennesima volta interventi per lo sviluppo economico, a ricordarci che "siamo un grande paese!". Sulla base di quali considerazioni si continua da ogni parte a rilanciare questo slogan? Quello attuale è il momento più adatto per rappresentarci in termini di grandeur? Ai tempi del "boom economico", quando probabilmente ci sarebbe stata qualche valida ragione in più per farlo, nessuno usava e, peggio, abusava di simili enfatiche autocelebrazioni. Il grado di benessere raggiunto dall'Italia dopo la ricostruzione derivava da tanta concretezza politica e imprenditoriale, e da tanto duro e onesto lavoro. E questa sobria consapevolezza bastava a tutti (anche perché era appena terminato un terribile ventennio che della "grandezza" nazionale aveva fatto il suo inno, prima di finire miseramente). Anche oggi politici e imprenditori farebbero meglio ad evitare di gonfiare il petto e pensare concretamente a soluzioni attuabili, che invece continuano a mancare. Dopotutto, se davvero fossimo un "grande paese", avremmo mai sviluppato una classe imprenditoriale spesso soltanto arraffona? E ci saremmo mai dati un governo così drammaticamente piccolo?
F. O.
giovedì 20 ottobre 2011
il Centonovelle
Nei giorni scorsi Silvio Berlusconi è stato assolto per il cosiddetto caso Mediatrade.
Attenzione presidente, tenga alta la guardia. Si tratta certamente di una subdola mossa che rientra nel complotto ordito ai suoi danni dalle toghe comuniste!
F. O.
Tv. Mala tempora
Da un po' di tempo i meteorologi italici l'hanno presa a battezzare le nostre perturbazioni (stamattina ho sentito di "Klaus" e già pensavo al Natale), quasi fossero tempeste o uragani. Non c'è già abbastanza sfiga?
A.S.
venerdì 14 ottobre 2011
martedì 11 ottobre 2011
Politica. "Prima di andare alle elezioni bisogna fare le riforme". No, grazie.
"Prima di andare alle elezioni bisogna fare le riforme". Quante volte l'abbiamo sentita questa frase?
E dire che pensavo di essere un riformista.
Ora dico: riforme? no, grazie.
Capitolo I: Vorrei raccogliere le firme per abrogare tutte le riforme dell'Università da Berlinguer a Gelmini.
A.S.
lunedì 10 ottobre 2011
Società. La Crisi
In
questo momento di grave sofferenza delle economie occidentali, si
risente parlare della necessità di costruire l'Europa politica a
fronte della esistente Comunità monetaria e mercatista, che sembra
quasi favorire la regola del “si salvi chi può” quando le cose
vanno male.
Il
Parlamento europeo, infatti, non è l'assemblea dei rappresentanti
del “popolo” europeo, ma piuttosto dei “popoli” europei (e
dei loro governi). Un governo federale, probabilmente, saprebbe
fronteggiare una crisi come quella che imperversa attualmente con più
prontezza ed efficacia, attraverso misure applicabili a tutti, senza
distinzioni, nel nome di un solidarismo che non può mancare
nell'ambito di una comunità che voglia dirsi davvero civile e
democratica.
Tuttavia,
secondo me, avere un governo europeo non basterebbe a tutelarci dalle
ricorrenti depressioni economiche. Risolta (in un modo o nell'altro)
una crisi, prima o poi se ne aprirebbe un'altra. È il gravissimo
limite del modello socio-economico capitalista mercatista.
L'Europa
politica, quindi, non dovrebbe limitarsi a ricalcare le strategie
economiche oggi vigenti. Il suo governo e le sue istituzioni
rappresentative dovrebbero costruire un nuovo modello di sviluppo,
che rovesci l'attuale architettura: ovvero, che abbia alla base non
più la finanza, ma la società, cioè a dire la tutela dei posti di
lavoro, la piena occupazione (fino al limite di quella percentuale
minima di senza-lavoro che viene definita “fisiologica”),
l'istruzione e la cultura, l'assistenza sanitaria.
Nell'attuazione
del nuovo modello economico-sociale, la politica europea dovrebbe
perseguire senza indugi e mezze misure gli obiettivi irrinunciabili
dell'equità impositiva e della totale eliminazione dell'evasione
fiscale e contributiva. Finora si è fatto e si continua a fare
soprattutto la lotta alla “piccola” evasione (fattura,
scontrino...), che certamente si deve fare; ma l'obiettivo vero dovrà
essere quello di colpire la “grande” evasione (esportazione dei
capitali, bilanci societari falsi...), che, tanto per capirci, sembra
che costino solo al nostro Paese qualcosa come 100 miliardi di euro
all'anno (una cifra colossale, equivalente al doppio della
maxi-manovra appena varata da Tremonti).
Occupazione
diffusa e stabile, entrate erariali costanti e piene: solo così si
potrebbe realizzare il tanto invocato “sviluppo”, la tanto
desiderata “crescita”, senza che essi siano sostenuti al solito
modo, vale a dire con i tagli della spesa pubblica alle fonti
primarie della civiltà e del progresso (scuola, università,
ricerca), con le decurtazioni allo stato sociale (pensioni, sussidi,
sanità), con il precariato occupazionale e, dalla parte dei privati,
con i licenziamenti.
Pensare
ad altri espedienti non servirebbe. L'ipotesi, ad esempio, di
introdurre nella Costituzione (dei singoli Stati o della Comunità)
l'“obbligo del pareggio di bilancio”, non mi pare una soluzione
di politica progressista ma, semmai, la risposta degli ambienti
politici conservatori all'esigenza di quegli attori istituzionali
(banche, grandi gruppi finanziari, affaristici e imprenditoriali),
che sono interessati al mantenimento dell'attuale architettura
economico-sociale. Interessati, dunque, a che gli Stati abbiano
bilanci sempre in ordine e denaro pronto alla bisogna, cioè al loro
salvataggio o rilancio, anche a costo di privare i cittadini del
diritto fondamentale a vivere secondo parametri confacenti alla
dignità umana (questa non è una facile “tirata” demagogica: il
dramma argentino, o quello più recente vissuto da milioni di
Statunitensi, o quello odierno dei nostri vicini Greci stanno lì a
dare la misura concreta e tangibile di cosa significhi precipitare
nel baratro aperto da soluzioni freddamente tecniche, volte
principalmente alla salvaguardia del potere finanziario).
Qualcuno
potrebbe obiettare che i suddetti attori non vogliono certo i
licenziamenti o l'evasione fiscale; non vogliono certo la sofferenza
sociale. Lo penso anch'io; è un fatto, però, che i “piani di
ristrutturazione industriale” poggiano sempre principalmente sulla
riduzione dei posti di lavoro (cioè delle buste paga), le banche
continuano a lucrare sui capitali esportati illegalmente e così via.
Questi attori, poi, sono gli stessi che lavorano con la finanza
“virtuale”, quella che produce ricchezza “finta”, aleatoria,
perché non è frutto del sistema produttivo, ma deriva direttamente
dalle operazioni di compravendita di titoli ed azioni e dalle
speculazioni di borsa. Da essa, tante volte, sono derivate le
tristemente famose “bolle” (valutarie, immobiliari eccetera), che
al loro inevitabile svanire hanno causato il fallimento di aziende e
istituti di credito, la perdita di posti di lavoro, la disperazione
di milioni di persone.
È
necessario cambiare. Le dichiarazioni di principio (e di convenienza)
da sole non bastano. Ci sono già alcuni segnali incoraggianti. Negli
Stati Uniti, ad esempio, molti cittadini sembrano avere preso
coscienza del fatto che le loro esigenze vitali non rientrano nella
considerazione dei signori di Wall Street. E lo stanno facendo
sentire con forza, da New York alla California. Spero che questa
consapevolezza cresca anche nel Vecchio Continente.
Se
davvero vogliamo l'Europa politica, allora essa non potrà continuare
ad essere l'Europa del potere monetario.
Francesco
Obinu
martedì 4 ottobre 2011
Satira. Non era meglio continuare a raschiare il tartaro?
Ai giornalisti, dopo l'udienza: "Sono qui perché volevo vedere il mio giudice e perché volevo che lui vedesse me".
Okay bella, sono certo che il "tuo" giudice ti ha guardato per benino.
...Prima di rinviarti a giudizio.
Auguri.
F. O.
lunedì 3 ottobre 2011
Politica. Peggio tardi che mai
L’intervento del Presidente Napolitano sulla “questione padana” è stato sorprendente, da un lato per il coraggio, peraltro tardivo, della presa di posizione su un tema che costituisce motivo di scandalo da troppo tempo, dall’altro per la durezza dei toni, anche se (come sempre) confrontando le immagini televisive con i resoconti sulla carta stampata è evidente come quel che si è voluto spacciare come una “ferma condanna” sia stato in realtà poco più che una chiacchierata nei corridoi dell’Università napoletana. Con un cipiglio mai visto, sia chiaro, ma in colpevole ritardo rispetto alla gravità di atti, proclami e propaganda che in tanti anni sono rimasti impuniti, sia per una sottovalutazione del fenomeno, sia per il prosaico tornaconto elettorale della faccenda, a destra come a sinistra. Come se la pagliacciata dell’ampolla, le camicie verdi, il dito medio a inno e bandiera nazionali, ecc. possano essere derubricati a innocue, collaterali, espressioni folcloristiche.
Eppure, c’è stato qualcosa di stonato in quella che un tempo sarebbe stata definita una “esternazione presidenziale”: quel riferimento alla repressione di passati tentativi secessionistici e la tombale sentenza sull’indivisibilità della Repubblica. Per quanto autorevoli analisti abbiano in più occasioni sottolineato, da ogni punto di vista, i limiti dell’indipendentismo leghista, il richiamo alla presunta illegittimità del diritto all’autodeterminazione dei popoli quando questi non rientrino tra le vittime dei passati imperi colonialisti non pare essere proprio convincente. I recenti esempi della rivoluzione di velluto con la nascita di Repubblica Ceca e Slovacchia e dell’indipendenza quasi indolore di Slovenia e Macedonia, per esempio, paiono sfuggire a questo dogma. In ogni caso, trovo che dichiarare o dichiararsi a favore dell’immutabilità di uno status quo sia un atteggiamento prepotente e deprimente, almeno quanto l’egoismo di una parte che intende abbandonare la nave che affonda, come è il caso del nord-est leghista. Tuttavia, le cose possono e devono cambiare. Farlo in meglio sta nella credibilità di chi si fa promotore del cambiamento, ma anche di chi ne nega anche la sola eventualità.
Alessandro Soddu
Iscriviti a:
Post (Atom)








