giovedì 31 marzo 2011

Politica. La primavera può attendere

Tra insulti, pagliacciate, drammi veri e presunti, corruzione a cielo aperto (come un tempo le fogne), impunità e impudicizia, in Italia la sola idea di un possibile cambiamento pare improponibile. Così come la speranza, lungi da essere l'ultima a morire, è morta da un pezzo. A sentire le "dirette" in radio da Camera e Senato o, peggio, vedere le performances in tv dei nostri governanti viene da rabbrividire. Mi domando come le opposizioni non abbiano ancora deciso le dimissioni in blocco dei propri parlamentari, tale è l'inutilità del loro ruolo. Ecco, tornerò ad avere un barlume di fiducia in quel che rimane della politica italiana quandò vedrò finalmente un gesto di autentica rottura. Sperando di essere ancora vivo.


A.S.

mercoledì 30 marzo 2011

Letture. La sardesse du peuple

Un buon modo per guardarsi dentro da fuori.
A.S.

lunedì 28 marzo 2011

Economia. Alla riscossa stupidi!

A.S.

lunedì 21 marzo 2011

Viva la Rivoluzione libertaria del Popolo Libico!

Che superi l'ipocrisia della Lega Araba, che vuole proteggere i civili da Gheddafi ma non vuole che la Coalizione ricorra ai bombardamenti, con cui si colpiscono le forze armate di Gheddafi, responsabili dei massacri di quei civili che la Lega Araba vorrebbe proteggere.
Che superi le vuote affermazioni di principio dell'Unione Africana, che non vuole forze straniere sul Continente ma che non ha nessuna possibilità di risolvere il drammatico problema libico, dato che dell'Unione fa parte anche la Libia di Gheddafi, mentre non vi ha alcuna voce la Libia rivoluzionaria.
Che superi le meschine raccomandazioni di certi governi di natura dittatoriale (Russia, Cina...), per i quali non si deve operare affinché Gheddafi cada. La risoluzione dell'Onu non autorizza la Coalizione a causare (direttamente) la caduta del regime libico, è vero, ma come si potrebbe costruire una Libia nuova, libera e democratica se il dittatore restasse al suo posto?
Che viva e che vinca la Rivoluzione!

Francesco Obinu

Politica. Dal sandalo allo stivale alla stampella



Giovedì 17 marzo 2011 sulla Nuova Sardegna (immagino anche sull’Unione Sarda) un’intera pagina è stata acquistata dalla Regione Autonoma della Sardegna per trasmettere il messaggio del presidente della Giunta, Ugo Cappellacci. Lo slogan conclusivo recitava magistralmente (nel senso della comunicazione pubblicitaria) “Dal sandalo allo stivale”, per testimoniare come l’unità d’Italia (lo Stivale) sia passata attraverso il fondamentale contributo del regno di Sardegna (il Sandalo), secondo la ben nota teoria storiografica di Francesco Cesare Casula che il presidente Cappellacci mostra di sposare senza esitazioni: «la storiografia più attenta ci ricorda che, in punto di diritto, lo Stato italiano di cui oggi celebriamo l’unità altro non è che l’antico Regno di Sardegna» ecc. ecc. Ora, sulla continuità di Regno di Sardegna e Regno d’Italia sotto la dinastia dei Savoia non c’è niente da eccepire né da “scoprire”. Non è infatti questo il punto. Quello che mi porta, mio malgrado, a riflettere e scrivere è la logicità, la sincerità e la finalità di certe manifestazioni: istituzionali e intellettuali, individuali e collettive. Mi chiedo: come si può nell’aula del Consiglio Regionale festeggiare il 17 marzo l’unità d’Italia rivendicandone la “maternità” sardo-piemontese e il 28 aprile celebrare Sa die de sa Sardigna, cioè la cacciata (temporanea) dei Piemontesi? come può il Partito Sardo d’Azione fare parte dell’attuale Giunta regionale, politicamente filo-governativa, e contemporaneamente boicottare la cerimonia? qual è la vera posizione dei partiti o dei singoli consiglieri regionali che hanno a più riprese dichiarato di aderire a un progetto indipendentista?
Da parte mia, sento di non avere niente da festeggiare, come sardo e come italiano. Tanto meno trovo sensato dichiarare di “essere contenti”, in termini assoluti, di essere sardi e italiani. A quelli che mi suggeriscono che la riscoperta del patriottismo, dell’inno di Mameli, del Va’ pensiero, di Garibaldi può servire per creare, riscoprire o rinvigorire il “senso di appartenenza”, dico che un attimo dopo aver provato un brivido o versato anche una lacrima di fronte al valore di eroi immortali e alla bellezza di grandi parole e musiche, il mio “senso di estraneità” è ravvivato dall’indecenza di chi ricopre tra le più alte cariche istituzionali, dal cinismo di chi permette l’inutile sacrificio di uomini e dell’ambiente in cui viviamo, dalla strumentale persistenza di un anti-Stato che controlla forse i due terzi della nazione italiana, dal diffuso esercizio dell’egoismo e dell’illegalità. Guardare all’eroismo e ai valori del Risorgimento mi pare allora solo un buon modo per distrarre i cittadini dallo squallore della contemporaneità. Per la Storia provo una tale passione da aver deciso (e avuto la fortuna) di dedicarci la mia vita professionale. Piegarla alla propaganda è compito altrui, anche legittimo. Ma non per questo tipo di festa. Almeno, non per me.

Alessandro Soddu

mercoledì 16 marzo 2011

Armatevi, ma non partite



L’altro giorno, guardando la Gelmini da Fabio Fazio (il Bruno Vespa del centrosinistra) ho notato come al di là dell’antipatia cristallina, il ministro dicesse delle cose precise: concetti, cifre, decisioni. Tutto discutibile, però concreto. Poi ho pensato alla lunga stagione di proteste. Alla mia partecipazione come ricercatore alle mille iniziative. Alla solidarietà diffusa (almeno in apparenza, o forse neanche in apparenza). Al fatto che l’invito a “resistere” sia venuto dagli stessi vertici dell’Università, di molti atenei almeno. Fino alla promulgazione della legge, che è diventata “la n. 240”. Che come un profumo di Chanel ha cominciato a diffondere una fragranza di restaurazione. Improvvisamente ho pensato al sempiterno incitamento alla gioventù, con una variante che assomiglia tanto ai pacchi di Bonolis: “scavicchi ma non apra”.

Alessandro Soddu

domenica 13 marzo 2011

Carnevale. Sardegna, l'isola che beve.

Altro che l'isola che danza: il carnevale sardo consiste in gente che si ubriaca intenta a guardare gente che si ubriaca. Insomma, uno dei tanti eventi pubblicizzati dalla Regione e in cui di fatto viene approvato l'uso sconsiderato di alcol. Va bene, si tratta di vernaccia, cannonau e malvasia, ma non sarebbe il caso di fermarsi a riflettere sopra un problema reale invece che mascherarsi - è proprio il caso di dirlo - per continuare a vendere cartoline ai turisti? Perché se l'alcolismo diffuso lo chiamiamo goliardia, se l'ennesimo cavaliere gonfio di vino che cade da cavallo e muore lo chiamiamo un terribile incidente, se l'incapacità di gestire gli spazi delle feste la chiamiamo folklore, chi stiamo prendendo per il culo? Come regione, intendo.

Tra l'altro, quel che pure dispiace, è che le maschere carnevalesche sarde, suggestive e capaci di creare orrore, perdono gran parte del loro fascino e del loro senso quando coprono volti che fanno ancora più paura.

Forse è tempo di dire che di sbronzetti nuragici, come li ha definiti qualcuno, ne abbiamo avuto abbastanza. O no?


Denise Pisanu

sabato 12 marzo 2011

Società. Quel che conta davvero


A.S.

venerdì 11 marzo 2011

Società. Mentre la tv cantava

Vorremmo vivere senza essere costantemente vittime delle nostre ossessioni, accendendoci e spegnendoci come col telecomando. Risintonizzandoci magari. Con la vita e tutto quello che ci tira addosso. Colpire e poi correre a perdifiato. Vorremmo solo giocare ancora al giuoco della palla. Senza orari.
Alessandro Soddu

mercoledì 9 marzo 2011

Politica. Pensiero critico


F. O.