Quando eravamo bambini mio nonno ci diceva sempre: «Studiate». «Studiate. Perché magari un giorno vi potranno anche portare via tutto, ma non vi possono portare via ciò che avete nella vostra testa».
Non era il modo migliore per invogliarci a studiare. Eravamo bambini, proprio bambini. E poi, perché ci dovevano portare via tutto? Chi?.
Comunque io mio nonno lo ascoltavo sempre cercando di capirlo, anche quando non lo capivo. E quindi questa frase la ripetevo anche ogni tanto. Mi piaceva dire qualcosa da adulto.
E poi studiare mi piaceva. Ero pigro, leggere mi pesava meno di correre.
Poi sono anche cresciuto e il senso l’ho capito. Ma non saprei dirlo meglio di come ha fatto un altro:
«…Il canto di Ulisse. Chissà come e perché mi è venuto in mente. […] Se Jean è intelligente capirà. Capirà: oggi mi sento da tanto. […] Jean è attentissimo, ed io comincio, lento e accurato: Lo maggior corno della fiamma antica/ […] Mise fuori la voce e disse: Quando… E dopo quando? Il nulla. Un buco nella memoria. Prima che sì Eena la nomasse. Altro buco. Viene a galla qualche frammento non utilizzabile.
…Ma misi me nell’alto mare aperto
Di questo sì, di questo sono sicuro, sono in grado di spiegare a Pikolo, di distinguere perché misi me non è je me mis, è molto più forte e più audace, è un vincolo infranto, è scagliare se stessi al di là di una barriera, noi conosciamo bene questo impulso.
[…] Siamo arrivati al Kraftwerk dove lavora il Kommando dei posacavi. Ci deve essere l’ingegner Levi. […]
Mare aperto. Mare aperto. So che fa rima con diserto, ma non rammento più. Che tristezza sono costretto a raccontarlo in prosa: un sacrilegio. Non ho salvato che un verso, ma vale la pena fermarcisi: …Acciò che l’uom più oltre non si metta.
Si metta: dovevo venire in Lager per accorgermi che è la stessa espressione di prima, e misi me.
[…] Ho fretta, una fretta furibonda.
Ecco attento Pikolo: Considerate la vostra semenza:/fatti non foste a viver come bruti/ma per seguir virtute e conoscenza.
Come se anch’io lo sentissi per la prima volta: come uno squillo di tromba, come la voce di Dio. Per un momento ho dimenticato chi sono e dove sono.
[…] Darei la zuppa di oggi per saper saldare non ne avevo alcuna col finale. Mi sforzo di ricostruire per mezzo delle rime, chiudo gli occhi, mi mordo le dita: ma non serve, il resto è silenzio.
Siamo ormai in fila per la zuppa, in mezzo alla folla sordida e sbrindellata dei porta-zuppa degli altri Kommandos. I nuovi giunti si accalcano alle spalle. – Kraut und Reuben? – Kraut und Reuben -. Si annunzia ufficialmente che oggi la zuppa è di cavoli e rape: - Chouz et navets. – Kàposzta és répak.
Infin che il mar fu sopra noi richiuso.»
Spero che Primo Levi non se ne abbia a male.
Sì. La memoria rende liberi.
Mauro Sanna







