martedì 31 agosto 2010

Società. Quote rosa e quote latte


Anche a non volerci pensare, anche a non volerlo vedere, lo spettacolo di hostess e amazzoni offerto da Gheddafi richiama ai diritti d’autore Mediaset. L’allievo supera di gran lunga il Maestro. E affanculo ai cammelli, va’. Tutto ciò mi fa un po’ pena, perché ho sempre un conto aperto con i luoghi comuni, ma sembra che la donnadelduemila italiana ce la metta tutta per rassicurare l’uomo (maschio) comune nelle sue più becere convinzioni. Altro che «l’utero è mio e lo gestisco io!». Qui, sempre nella stessa "area di crisi", ci si ferma molto prima. Ora le voglio proprio vedere le interviste alle candidate a miss Italia, i tentativi patetici di far credere che «oltre alle gambe c’è di più». O la ministra Carfagna a lottare per le pari opportunità. Facciano pure, dunque, per 80 euro (incluso bonus conversione) o per 1500 (supplemento gelato a Palazzo Grazioli). Per la dignità e la vera emancipazione ci sarà sempre tempo, tra « ‘na bira e un calippo».

A.S.

sabato 28 agosto 2010

Lana caprina. Mac...che Puddu e Puddu!

La riconoscete? E' l'insegna dell'ormai leggendario fast food di Santa Maria Navarrese. Giornali e tg nazionali e locali ne hanno parlato e continuano a farlo, citando la questione della censura per l'uso improprio del "suffisso" Mac o Mc e dell'escamotage "DePuddu's". Peccato che si tratti di un prefisso. Peccato per l'uso ad mentulam anche di "de" e del genitivo sassone.
A.S.

mercoledì 25 agosto 2010

Società e Politica. Sardo non fa rima con testardo

Nei giorni dell’agonia di Francesco Cossiga e in quelli immediatamente successivi alla sua morte siamo stati letteralmente inondati da considerazioni più o meno ponderate sulla “sardità” o “sarditudine”, in generale e dell’ex presidente della Repubblica in particolare. Devo dire che la cosa mi ha destato da subito fastidio, per la consueta superficialità e il ricorso ai più beceri luoghi comuni, al punto che per qualche giorno mi ha tormentato l’idea di fare un dossier per studiare meglio la questione: qualcosa come I Sardi: chi e come sono, come si sentono, come si rappresentano, come sono percepiti e rappresentati.
Tutto è nato dalla lettura di una delle definizioni di Cossiga date da Eugenio Scalfari su “La Repubblica” del 18 agosto 2010: «fu un sardo integrale» (la tentazione di scrivergli per chiederne la spiegazione è fortissima). Quindi altri editoriali, pezzi, cronache a livello nazionale e locale, tutte infarcite di stupidaggini irripetibili sulla “natura dei sardi”, in singolare coincidenza con l’eclatante protesta del movimento dei pastori isolani all’aeroporto di Olbia. Il cerchio si è chiuso quando in uno speciale televisivo su e con Ennio Remondino quest’ultimo ha ricordato il periodo in cui Cossiga cominciò le sue “esternazioni” dopo un iniziale periodo di silenzio che gli era valso il soprannome di “sardomuto”, «con tutto il rispetto per la categoria dei sardi» si è affrettato a precisare Remondino (il corsivo è mio). A quel punto ho capito che ogni sforzo sarebbe stato inutile e che avrei solo perso tempo e rovinato il mio fegato. Poi oggi l’illuminazione grazie a una chiacchierata con l’amico Franco Campus, che ugualmente si è sciroppato tutta la melassa di editoriali su Cossiga, trovando particolarmente efficaci i ricordi di Scalfari e di Giuliano Amato, che mettono l’accento, senza ipocrisie, sui problemi psichiatrici che hanno a lungo tormentato l’ex presidente. E qui sta la riflessione originale di Franco:

ma non è che una buona fetta di opinione pubblica ha scambiato la verve picconatrice di Cossiga, frutto della sua dilagante depressione, per una sfaccettatura della famigerata “sardità” o “sarditudine” (nella fattispecie quella di essere locos), di cui menava vanto nel suo periodo peggiore lo stesso Cossiga?

Ci sono buoni motivi per crederlo, soprattutto quando sono gli stessi sardi (specie se famosi) ad alimentare e dare autorevolezza a certi luoghi comuni, a cominciare dalla regina delle banalità, l’equazione in rima baciata sardo=testardo. La cocciutaggine, si sa, è qualità ambigua, che coniuga determinazione e chiusura mentale, più la seconda che la prima a dire il vero. Forse in una parola si potrebbe dire “resistenza”, evocando fin troppo facilmente il mito storiografico e politico della “costante resistenziale sarda”, autentico colabrodo che tuttavia gode sempre di un ottimo mercato. Tenacia e testardaggine sono qualità che si addicono certamente ai pastori (forse è questa la categoria freudianamente evocata da Remondino), in quanto tali però e, nel caso sardo, perché prevalentemente calati in una dimensione professionale ed esistenziale per molti versi ancora arretrata. Ma i numeri hanno un peso e una popolazione ovina di tre milioni di capi ha gioco facile rispetto ad un totale umano che supera appena il milione e mezzo. In questo sta la secolare questione: fare tutt’uno tra Sardi e pastori, meglio se con una punta di disprezzo, come fece al telefono qualche anno fa Vittorio Emanuele di Savoia. La realtà è che la Sardegna e i Sardi sono varî, più di quanto possano immaginare loro stessi, che poco conoscono la propria isola e la sua storia. Figuriamoci chi ci guarda da fuori, convinto di aver capito tutto, con il paradosso di venire dipinti come impavidi guerrieri (nuragici o della Brigata Sassari non fa differenza), quando da secoli continuiamo ad accogliere lo straniero con ghirlande di seadas.

Alessandro Soddu

martedì 24 agosto 2010

Politica. Il buon pastore



Come si sa, la Storia la scrivono i vincitori, sia che si tratti di guerre con nemici esterni che di conflitti interni, di natura politica, culturale o altro. Così niente ci salverà dall’ondata di celebrazioni del grande Presidente e concittadino (di Sassari; no, di Chiaramonti; anzi, di Siligo). Perché il potere celebra il potere e decide a chi intitolare vie e piazze, palazzi e stadi, anche se il sentire comune spesso ignora o osteggia i destinatari di tanta grata devozione. Verranno dunque commemorazioni, convegni, studi in onore e memoria, targhe e quant’altro per ricordare colui che anagraficamente e politicamente avrebbe dato lustro alla Sardegna: Francesco Cossiga. “Il più giovane” in tutto, da ultimo come Presidente della Repubblica, eppure allora già abbastanza logoro da sentire il bisogno di “picconare” o “esternare” (come si diceva) verso quelle stesse istituzioni nelle quali si era così profondamente incarnato. Uomo politico legato a molti, troppi scandali e misteri, eppure scampato agli sconquassi della fine della “Prima Repubblica”, divenuto nell’era berlusconiana totem di se stesso, inintelligibile, inintervistabile, eppure ricercato e rispettato da molti. Una maschera beffarda associata, da lui per primo, alla natia Sardegna, eppure dalla Sardegna lontana anni luce, se non per l’inconfondibile cadenza e per la vitalità del bacino elettorale, ereditato dal misconosciuto (almeno nell’isola) figlio Giuseppe. Un’associazione troppo facile quella tra Cossiga e la Sardegna: nipote di pastore, federalista, ma sostanzialmente assente. D’altra parte la filologia già dovrebbe suggerire qualcosa: quel Còssiga (da Corsica) trasformato (forse non da lui, ma comunque accettato) in Cossìga dice molto dell’attenzione alle radici. Su quanto i politici sardi in generale abbiano fatto e facciano a Roma per l’isola negli ultimi cinquanta anni parlano sufficientemente i fatti. Non è poi un semplice corollario il fatto che il corto circuito mediatico e politico ed anche turistico-letterario richieda sempre la tematica pastorale, come dimostrano le recenti proteste all’aeroporto di Olbia, quasi che la lingua sarda, data per moribonda, traduca un mondo agropastorale ugualmente a rischio di estinzione: tutto tremendamente vero e maledettamente esotico. Eppure vi è stato negli ultimi anni il successo imprenditoriale prima e politico poi di Renato Soru (benedetto, si disse, da Cossiga: qualcuno dovrebbe spiegare cosa voglia dire), interprete, talvolta in modo assai discutibile, di una nuova e più moderna consapevolezza “nazionale” sarda. Ma è bastato il fuoco di fila degli amici vecchi e nuovi di Roma per spazzare via tutto e ripristinare lo status quo ante. Quando la Sardegna partorirà una classe dirigente degna di rappresentarla a Cagliari e Roma (e magari anche a Bruxelles) non ci sarà più bisogno di sublimarsi di sarditudine nel duty free di Fiumicino o inorgoglirsi per inesistenti padri della patria.

Alessandro Soddu
(18 agosto 2010)

martedì 3 agosto 2010