mercoledì 31 marzo 2010

Politica. È presto per commentare, but




Ora è già tardi ma è presto se tu te ne vai
A.S.

martedì 30 marzo 2010

Società. Ha vinto Emma!




...anzi no.


Alessandro Soddu

giovedì 25 marzo 2010

Interviste. Banality fair ovvero Mine vaganti ovvero l'ultimo film gay di Ferzan Ozpetek


Intervistatrice: Ferzan, cosa vuole dire con il suo ultimo film, Banality fair?

Ferzan Ozpetek: Ma veramente…

Intervistatrice: Ma veramente. Molto interessante. E poi?

Ferzan Ozpetek: Il titolo è Mine vaganti.

Intervistatrice: Originale. Un po' guerresco, ma originale. Allora, di che guerra si tratta, anche lei la Seconda?

Ferzan Ozpetek: Ah ah ah, non è un film di guerra! Anche se la lotta omosessuale spesso è cruenta e …

Intervistatrice: La lotta omosessuale? Ancora? Non c'è proprio nient'altro che la ispira?

Ferzan Ozpetek: Beh, io…

Intervistatrice: Guardi, non si preoccupi, i gay che non parlano di omosessualità non esistono! Non ce la fanno, sono sempre convinti - per chissà quale freudiano motivo - di suscitare una grande meraviglia!

Ferzan Ozpetek: Prego?

Intervistatrice: Ci siamo capiti. Comunque, parliamo di questa benedetta omosessualità! Mine vaganti arriva sugli schermi dopo decine di opere che hanno raccontato un'Italia ghignante, bigotta e ipocrita di fronte all'amore libero - o gay, come lo chiama lei; ecco, dopo che tanti ci hanno propinato la classica storia del coming out in una famiglia del sud, con tutti quei meccanismi già indagati egregiamente nel 1977 (nel 1977!) da Coline Serreau nel bellissimo Pourquoi pas!, Ferzan Ozpetek che cosa ci fa vedere di nuovo?

Ferzan Ozpetek: A dire il vero la sceneggiatura scritta con Ivan Cotroneo parla proprio di un coming out in una famiglia del sud Italia.

Intervistatrice: Emh … Di nuovo, appunto! E la famiglia come reagisce?

Ferzan Ozpetek: Male.

Intervistatrice: Emh … Però, che coraggio affidare a Scamarcio un personaggio completamente gay, senza donne intorno e …

Ferzan Ozpetek: Veramente una donna ci sarebbe...

Intervistatrice: Ma lui rimane gay?

Ferzan Ozpetek: In teoria…

Intervistatrice: Non mi dica che si baciano?

Ferzan Ozpetek: Eh…

Intervistatrice: Di nuovo? Ma cosa fa, si plagia da solo?

Ferzan Ozpetek: Nelle Fate ignoranti era diverso.

Intervistatrice: Sì, certo. Almeno mi dica che non ci sono scene di checche che ballano e cantano.

Ferzan Ozpetek: Giusto qualcuna…

Intervistatrice: Insomma, stereotipi. Complimenti, se ne sentiva proprio il bisogno!

Ferzan Ozpetek: Ma come si permette?

Intervistatrice: E lei?


Denise Pisanu

sabato 20 marzo 2010

Interiora. Ripensamenti



Anche dopo i quaranta anni si può capire che

contro il Male non è sufficiente il Bene ma un altro Male.




A.S.

venerdì 19 marzo 2010

Societas magnaccionum



«Allora: tutte le puttane da una parte e i froci dall’altra» esclamava un formidabile Pozzetto in La casa stregata (1982), quando il politicamente corretto non era ancora sbarcato su ipocrilandia. E tutto sommato non molti anni fa si rideva di gusto della massima savonese «son tutti froci col culo degli altri». Se poi oggi i principali reality show, Grande Fratello e Isola dei famosi, inseriscono (con grande riscontro in termini di audience) due omosessuali “rei confessi” come Maicol e Aldo Busi allo scopo, non dichiarato, di ridere della “diversità”, come si può non pensare ad una gigantesca malafede? L’omofobia è un danno per la società, altro che chiacchiere, e bene ha fatto Busi a urlarlo ai quattro venti. Per il resto l’uomo e l’intellettuale Busi sono da prendere con le molle, ma questo non conta o non dovrebbe contare niente rispetto al messaggio che ha lanciato. Deputati e tromboni vari che hanno tuonato indignati per il reato (o peccato?) di lesa maestà dovrebbero farsi un esame di coscienza e riflettere sulle loro passioni non dichiarate, per le quali si può frodare lo Stato, ingannare gli elettori e anche causare la morte delle proprie occasionali compagnie, a patto di non toccare i “valori”: come dire, scherza coi fianchi ma lascia stare i santi!
Alessandro Soddu

giovedì 18 marzo 2010

Società. Impegnarsi? Maronna mia, che brutta cosa!

La vittoria sanremese per La Maddalena, con tanto affetto da parte degli “Amici”. Poi una maglietta con la scritta a caratteri cubitali “Forza L’Aquila”, direttamente dal palcoscenico dell’Isola dei famosi… E i giochi sono fatti!
Per la gioia di chi non ha voglia di pensare e di impegnarsi. Costa fatica impegnarsi. Meglio dedicarsi a qualcosa di non impegnativo. La possibilità di scelta è ampia.
Intanto nell’arcipelago sono tutti in festa per il trionfale ritorno a casa dell’ugola d’oro “made in Berlusconia”. Il mega center della signora Marcegaglia porterà tanti quattrini soltanto alla signora medesima? Maddalena e Sardegna avranno solo le briciole, come sempre, come ormai si deve intendere quando si parla di sviluppo per questa regione?
Pazienza! Possiamo farci sopra un po’ di ironia e passerà tutto anche questa volta, no?
Del resto l’argomento si presta molto bene: pensate (ma non troppo, per carità…) che la Regione sarda, cioè tutti noi (compresi quelli che trovano troppo faticoso impegnarsi), dovrà pagare quasi mezzo milione di euro all’anno di ICI. La signora Marcegaglia farà i soldi a palate e noi le pagheremo la bollettona. Non è fantastico?
Per quanto riguarda L’Aquila, non so se i suoi cittadini si siano lasciati incantare dalle lusinghe della Raidue, un tempo filo-Craxi e oggi ovviamente filo-Tupet. Avevano molte macerie da portar via con le loro carriole, visto che ha dimenticato di farlo la Protezione civile.
Niente paura però, anche qui lo spunto ironico lo troviamo: infatti “Forza L’Aquila” è un incitamento a ripulirsi la città da soli, mica altro!
Adesso, sperando di non disturbare troppo, vorrei tornare un attimo serio. Ma solo un attimo, giuro. Per dire che la TV ha il potere, eccome se ce l’ha, di influenzare la mentalità e i comportamenti sociali. Chi pensa il contrario secondo me sbaglia, per un motivo molto semplice: la TV non è un mezzo di comunicazione neutro, perché qualcuno la controlla. E in un paese dove non esiste una legge che impedisca il conflitto di interessi, la TV diventa un’arma di consenso implacabile.
Forse, in attesa che i tele-ballerini salvino il pianeta, sarà il caso di impegnarsi un pochino anche nelle noiosissime cose serie.

Francesco Obinu

martedì 16 marzo 2010

Spettacolo. Ahi Maria!

Ogni tanto capita ancora di trovarsi davanti alla tv e di lasciarsi assorbire da ciò che accade.

Raramente, a dire il vero. Perché credo che le attrattive del mezzo si siano esaurite, o meglio, che il target di riferimento vada restringendosi sempre più. Viene perciò quasi naturale leggere nella recente querelle contro la tv un patetico tentativo di ridestare l'interesse del grande pubblico. Come il crack di Morgan pro Sanremo.


Insomma, si tratta semplicemente del fallimento di un'industria ed è quindi comprensibile il panico di chi ci lavora. Anche perché temo che il processo sia irreversibile, un po' come quando finisce l'attrazione tra due persone. E mantenendo lo stesso termine di paragone, entra in ballo anche qui, come là, un ulteriore elemento: l'altro, appunto. Chi? Internet, naturalmente, il mondo delle meraviglie: l'offerta è superiore in quantità e qualità, la fruizione è molto più democratica e l'interazione è garantita; una piccola e malmessa finestrella sul cortile contro un panorama mondiale stimolante, ricco, sempre nuovo.


Nessuna competizione, dunque.


Tuttavia, una fetta di costume italiano passa ancora attraverso gli schermi televisivi. E sono ben felice di esprimere in tutta libertà la mia indifferenza di fronte all'assenza dei cosiddetti talk show di approfondimento politico. Anche perché non ne ho mai avvertito la presenza. E anche perché chi guarda quei programmi solitamente mi annoia a morte.

Comunque, quando ieri in un momento di distrazione dai miei importantissimi affari esistenziali mi sono trovata davanti alla tv (chi scrive in un blog super serio non può mica scegliere di guardare la tv, al massimo ci capita davanti, no?), è stato un vero piacere cenare con lo spettacolo di bellissimi ragazzi danzanti, veri, per niente interessati a farti accettare la loro visione del mondo, schietti, ottimisti, pieni di gioia di vivere. Alla fine, esteticamente appagata e di buonumore, ho pensato: è sempre merito di Maria!


Ahi Maria


Denise Pisanu

venerdì 12 marzo 2010

Società. Il silenzio degli innocenti





La recente eliminazione del Milan dalla Champions League ha dato occasione ai giocatori e dirigenti rossoneri di sfoggiare la proverbiale mancanza di cultura sportiva. Tronfi e sorridenti quando si vince, mogi e indisponibili alle interviste quando si perde, in barba ai doveri verso quelle televisioni cui devono i loro stessi lauti guadagni. Hanno fatto eccezione l’allenatore Leonardo e il vicepresidente Galliani. Il primo elegante quanto contraddittorio nell’accettare la sconfitta e rifiutare di analizzare tecnicamente la partita, di fatto però facendolo (seppur a malincuore). Il secondo, come da copione, lesto a presentare una lettura altra della vicenda, tirando in ballo cioè il “calcio italiano” e la sua inferiorità rispetto a quello inglese (nonostante l’eliminazione della Juventus e della Fiorentina fosse venuta dal Bayern e quella della Roma dal Panathinaikos; quella dell’Inter chissà), addebitando la cosa all’assenza in Italia degli stadi di proprietà e ai guadagni stratosferici del Manchester. Ho visto che oggi su “Repubblica” Fabrizio Bocca ha sottolineato la presa di posizione di Galliani, che suona ridicola alla luce di due fatti evidenti: 1) il suo datore di lavoro da qualche anno controlla direttamente o indirettamente Governo, Regione Lombardia e Comune di Milano; se in tutto questo tempo il Milan non è riuscito a dotarsi di uno stadio privato la colpa sarà forse della magistratura di sinistra? 2) le entrate del Manchester sono compensate da una montagna di debiti, che non ne fanno certo un modello da imitare. Sarebbe stato sufficiente dire che la squadra inglese ha giocato meglio, che è più forte e quindi ha vinto. Punto. Nel calcio succede così dalla notte dei tempi. Anzi, qualche volta capita che vinca il peggiore, il più fortunato o il disonesto. L’Italia è in nomination per tutte e tre le categorie. Nel diverbio tra Silvio Berlusconi e Rocco Carlomagno mi ha colpito invece una frase del presidente del Consiglio: “capisco perché lei è così arrabbiato: la mattina si guarda allo specchio, si vede così brutto e si rovina la giornata”. Decisamente di cattivo gusto. Mi sono ricordato quando l’avevo già sentita quella frase: Berlusconi a Soru durante la campagna elettorale per le elezioni regionali, quando prestò la sua faccia a Cappellacci. Sta succedendo la stessa cosa nella sfida Bonino-Polverini. Povera Emma.

Alessandro Soddu

mercoledì 10 marzo 2010

Politica. La marcia su Roma

Contro i soprusi della magistratura,
il PdL annuncia di scendere in piazza:
"siam pronti alla morte l'Italia chiamò"

A.S.


martedì 9 marzo 2010

Politica & Calcio ovvero Spaghetti & Mandolino. OPINIONISTI TUTTA LA SETTIMANA

Dev'essere successo questo, ne sono sicura. Ad un certo punto, più o meno dopo la vicenda di Moggi & co., molti (troppi) hanno cominciato a ragionare così:


ma perché appassionarci al calcio che tanto è finto e poi c'è solo la domenica e, al massimo, il mercoledì? E gli altri giorni cosa facciamo? Pensiamo ai nostri casini, alla nostra vita? Ma siamo matti? Appassioniamoci alla politica, esprimiamo pareri su quella! Da allenatori a opinionisti politici, perché no? Ci vuole forse qualche competenza? Pensa, saremmo impegnati tutta la settimana! I giornali, le tv, i blog e le radio ci fornirebbero materiale ogni secondo, non ci sentiremmo mai disoccupati o depressi. E poi avremmo un sacco di argomenti per le cene, per le pause caffè, per le nostre chiacchierate su skype, per formare nuovi gruppi su facebook. Ma perché non ci abbiamo pensato prima? Passiamo da "fallo da ultimo uomo dunque espulsione" a "questo decreto è anticostituzionale" e allora facciamo 3 manifestazioni, esprimiamo tutti la nostra indignazione, in coro possibilmente, ci facciamo due risate su Berlusconi, due sui comunisti, sconfiniamo con le minchiate fino ad invocare il sacrosanto diritto di opinione e … aspe', chi era Formigoni? Non me lo ricordo mai. Però credo che il fallo da ultimo uomo preveda l'espulsione.


Sì, è andata così.


Denise Pisanu


lunedì 8 marzo 2010

Politica. La fine



C’è solo un sentimento che si può esprimere di fronte a quanto avviene in questi giorni in quel grande cantiere politico chiamato Italia, la Salerno-Reggio Calabria della democrazia, la Haiti del diritto: tristezza, una inestinguibile tristezza. A fronte di una situazione economica drammatica che solo il senso di dignità e la capacità di auto-conservazione del singolo cittadino riesce a non far esplodere in tutta la sua gravità, ma che non impedisce ad ampie fette della società e a consistenti gruppi di lavoratori di esprimere forme di protesta estreme, il governo in carica e il suo presidente non trovano di meglio da fare che agitare più che mai la bandiera della propaganda, forti del controllo quasi esclusivo dei mezzi di informazione di massa. L’uomo che deve il suo successo alle proprie qualità imprenditoriali ma anche e soprattutto alla copertura politica della prima repubblica, nel dissolvimento della quale ha avuto l’intuizione di farsi referente istituzionale di se stesso, non solo illude l’opinione pubblica di essere il “nuovo” disprezzando il “vecchio”, ma manipola a piacimento gli uomini e le regole, cambiandole a seconda della convenienza. In questo modo niente ha più senso. Perché ogni competizione è falsata. L’equilibrio dei poteri inesistente. A chi pensava che la legge elettorale voluta dal centrodestra nel 2005, unanimemente bollata come una “porcata”, fosse l’ultimo irripetibile oltraggio alla democrazia è stato servito sul piatto in pochi giorni un trionfo di abusi e palesi illegalità che toglie ogni dubbio sulla possibilità di cambiare realmente le cose. Falsificare la residenza all’estero, falsificare le firme per la presentazione delle liste elettorali, prendersi gioco delle sentenze dei tribunali: tutto è ridotto a “irregolarità meramente formali” da abbattere nel nome della volontà del popolo sovrano. Un gigantesco spot che ha bisogno di falsi eroi e finte vittime impermeabili a ogni indecenza. Mentre quelle vere piangono in silenzio oppure urlano e denunciano, come Roberto Saviano, che ha rinunciato alla sua vita per diventare anche lui un involontario spot. È più facile spendere qualche migliaio di euro per proteggere un intellettuale coraggioso, che tentare di spazzare realmente il lordume che solo i più ingenui credono ammorbi esclusivamente le strade e le coscienze del Sud.

Alessandro Soddu

giovedì 4 marzo 2010

Politica. Chi è il sovrano?

In democrazia la sovranità appartiene al popolo, che delega gli eletti a rappresentarlo nelle istituzioni.
Il Popolo è sovrano, amano ripetere spesso e volentieri gli eletti, anche perché quest'affermazione conferisce un'aura di rispettabilità a buon mercato.
Quando invece quell'aura dovrebbero conquistarsela, o confermarla, ecco che molti degli eletti, in modo autenticamente bipartisan, vacillano.
Vacillano e danno l'impressione di una grave insincerità di fondo. Vacillano e danno la netta sensazione che il loro "rispetto" verso il popolo sovrano, non faccia molta fatica ad inginocchiarsi agli interessi personali, di parte e di partito.
La riprovevole genuflessione, ripeto, non riguarda tutti gli eletti, anche se a guardare bene sembra un difetto piuttosto diffuso.
A destra, al centro, a sinistra. Il PD, parola di Bersani, "ha inventato le primarie", perché il "popolo delle primarie" è sovrano, spetta al popolo delle primarie stabilire chi meriti di guidare il partito o una coalizione di centrosinistra. Però se il popolo delle primarie premia non il PD ma un suo alleato, beh, allora quella sovranità dà un po' fastidio. E Bersani e D'Alema e PD tutto (o quasi) hanno cercato in ogni modo di evitare che il popolo sovrano si esprimesse in Puglia, per fortuna senza riuscirci.
Il premier si vanta in modo anche teatrale del fatto che lui governi perché il popolo sovrano ha deciso così. Poi però non fa nessuna fatica a dimenticarsi del fatto che anche la giustizia si amministri nel nome del popolo.
Tutte le volte che rifiuta di sottoporsi al giudizio di un tribunale della Repubblica, schiaffeggia in modo insolente la sovranità popolare.
Due esempi che dimostrano, mi sembra, come davvero il ceto politico, in gran parte, abbia sviluppato un concetto della democrazia e della sovranità che non comunica minimamente con quello dei cittadini.
Francesco Obinu

Natura. Le vent nous portera


dedicato a chi pensava già ai tepori primaverili


A.S.