giovedì 29 ottobre 2009

Musica. Giuliano Rassu c'è

Finalmente un cantante, bravo, sardo. Che canta in inglese. Di Sassari, con la "s" (esce) ma senza turbe identitarie e storie strappalacrime da ostentare.












Alessandro Soddu

giovedì 22 ottobre 2009

Televisione. Lie to me from Secondigliano


Ho una domanda per il dottor Lightman: per quale motivo Roberto Saviano, intervistato da Daria Bignardi durante la prima puntata dell’Era glaciale, si toccava ogni tre secondi il naso?


Io non ho letto Gomorra per almeno due buone ragioni: 1) diffido di ciò che il mercato propone con squilli di trombe, 2) sospettavo già da tempo, credo dai banchi delle scuole medie, che la camorra operasse nel sud dell’Italia. L’oggetto del romanzo è dunque una merce (e sottolineo merce) di bassissima qualità. Naturalmente quello che la gente compra non è il libro, ma il martire, il martire Saviano, questo povero ragazzo campano che ha avuto il coraggio di denunciare dei fatti già denunciati e che – dopo aver ricevuto pesanti minacce – vive sotto scorta da tre anni. Che la tv tendesse ad alimentarne il processo acritico di santificazione mediatica, era cosa già abbastanza nota! Ma quell’intervista è stata una stucchevole fiera di ridicolaggini: mentre la Bignardi poneva le solite domande, la regia faceva delle zoomate patetiche sugli occhi seri e tristi di Saviano, sulla barba incolta, sul maglioncino nero semplice semplice; il pubblico, profumatamente pagato per farlo, applaudiva ad ogni stupidaggine che San Roberto raccontava; Daria a un certo punto si è addirittura commossa quando “l’intellettuale italiano per eccellenza” - definizione datagli da Tiziano Scarpa, vincitore del Premio Strega 2009 – ha sussurrato “passo molte ore da solo quindi rifletto”.


“Passo molte ore da solo quindi rifletto”.

Sì, ha detto proprio così, “passo molte ore da solo quindi rifletto”.


Ecco, è questa la mente meravigliosa che ha fatto scomodare sei premi Nobel e gente del calibro di Umberto Eco.


È lui quello scrittore della Mondadori che a Roma, durante la manifestazione di Repubblica sulla libertà di stampa contro Berlusconi, è stato osannato dagli anti berlusconiani.


È lui che compare sugli schermi – guarda caso – subito dopo la pubblicazione del secondo libro.


È lui che, per farci capire bene quanto sia pericolosa e sbagliata la malavita, allestisce uno spettacolo teatrale in cui porta personalmente sul palco un vero kalashnikov sotto braccio.


Ebbene, sono certa che il dottor Lightman risponderebbe così alla mia domanda: toccarsi costantemente il naso è un chiaro gesto manipolatore che rivela la mancanza di sincerità, il bluff, la menzogna. Chi è Lightman? Beh, soltanto un collega di Roberto Saviano.





















Denise Pisanu

Società. X files

1. Grazianeddu alla volta dell’Isola dei famosi.
Un caso di auto-confino?

2. Sposi cinesi sul reality set di Alghero per un bacio “collettivo”.
Vendetta rossa a distanza contro il sindaco anti-partigiano?

3. Silvio Berlusconi presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica italiana.
Un caso di suicidio di massa?


Francesco Obinu

mercoledì 21 ottobre 2009

Società. L'isola dei famosi




Alessandro Soddu

martedì 13 ottobre 2009

Società. L’ottimismo della biologia (corollario a "Rinascimento" di F. Obinu)

Quella del “Tempo galantuomo” è una delle verità più indiscutibili della sapienza secolare dell’Uomo, perché consente di fare giustizia nell’attesa (per molti vana) del Giudizio Universale, anche se le parti lese spesso non fanno in tempo a trarre quel pur lieve beneficio che si prova a vedere rimessi a posto i cocci del disastro. Quando il grande tsunami politico, etico e culturale di questo ultimo quindicennio sarà finalmente passato rimarranno sulla spiaggia della coscienza di molti i rottami e il lordume di anni spesi a difendere, se non a esaltare, le gesta e la gloria posticcia di personaggi inqualificabili che hanno sacrificato quanto faticosamente raggiunto dal Dopoguerra in poi e le ingenue speranze post ’89 al mantenimento della propria posizione dominante o al soddisfacimento di una sfrenata sete di potere, nel nome di rispolverate e poco coerenti ideologie e di impudichi egoismi territoriali. Coloro che, anche guardando dall’esterno, sono oggi disposti a perdonare tutto, ad approvare recto collo il disprezzo della forma, del rispetto, della condivisione di programmi e di ideali, della convivenza civile, domani si guarderanno intorno disorientati, incerti se vergognarsi o provare a ripartire indossando la maschera del momento. Ed è certo che ce la faranno, perché questo è il Paese senza Memoria, dove la responsabilità è una partita di giro. Chi, invece, avrà subito suo malgrado la democratica dittatura della maggioranza sorriderà amaro gustandosi uno spettacolo comunque indecente e cercherà di fissare una volta per tutte le regole d’oro di una nuova possibile stagione politica (quella che Marco Pannella chiama «conquista della democrazia»), dove non tutto possa essere comprato o venduto con la forza del denaro e della persuasione. E se qualche nuovo ostacolo non salterà fuori ad impedire o rallentare per l’ennesima volta un reale progresso civile, si potrà forse godere della confortante sensazione di affidare le proprie notti ed i giorni dei propri figli alla buona volontà dei migliori o comunque dei capaci.

Alessandro Soddu

lunedì 12 ottobre 2009

Politica. Rinascimento


I prossimi mesi diranno se la legislatura in corso arriverà al suo traguardo naturale, come in molti ritengono, oppure terminerà in anticipo, come in tanti speriamo. Sia come sia, una cosa mi sembra certa: dopo l’annullamento del “lodo Alfano”, i restanti giorni del governo non saranno baldanzosi come quelli trascorsi. Più arroganti forse sì, e nervosi, fragili, insonni.
Per il superuomo il risveglio è stato un fulmine lancinante: lui è come tutti gli altri. Non ha diritto ad una considerazione speciale e nessun privilegio gli sarà riconosciuto.
Il concerto governativo aveva realizzato una maschera istituzionale per camuffare i lineamenti “ad personam” del lodo, ma il cerone era cominciato presto a colare sotto la luce dei tanti riflettori. Con un misurato anticipo sulla sentenza della Corte costituzionale, il presidente della Camera aveva manifestato l’intendimento di “essere trattato come un comune cittadino” nella lite con il magistrato Woodcock. Distinguersi in politica è un’arte, bisogna saperlo fare, e saperlo fare nel momento più opportuno…
Ora resta da vedere se la politica italiana saprà ripartire dalla caduta degli dei per recuperare la dignità che perse giusto quindici anni fa, quando Berlusconi e il suo entourage imposero il gioco senza regole e senza esclusione di colpi del protagonismo personale, sparato con la furia di miliardi di pixel e di decibel. Un gioco che è stato fino ad oggi l’arma letale con cui il centrodestra, incapace di presentare una proposta politica di qualità, anche per la preminenza degli interessi privati del suo capo, ha neutralizzato la reazione della controparte.
Il centrosinistra, costretto a rinunciare al confronto sulle idee e sui progetti, e a battersi sul terreno della disputa verbosa, ha perso più volte la partita. Mentre i suoi leader provavano a mettere a fuoco un obiettivo di sostanza politica su cui impostare l’opposizione, il dilagante linguaggio immaginifico berlusconiano: - Loro sono quelli che sovvertono la realtà, sono quelli dei cento milioni di morti, sono quelli che vogliono toglierci la libertà - e via dicendo, rapiva i cuori di tantissimi “mollusconi”, per usare l’espressione di una mente lucida che, purtroppo, non potrà assistere allo sgusciamento del paguro.
Adesso c’è la concreta possibilità di lasciarsi alle spalle il quindicennio. Mentre però il rinascimento della politica sembra profilarsi sul prossimo orizzonte elettorale, sono costretto a constatare, con disappunto, che ancora una volta la Sinistra rischia di fare tardi all’appuntamento.
PdL e Lega ci saranno, forse con un nuovo candidato premier, forse non con tutta la forza di cui dispongono oggi, ma senz’altro con la stessa capacità di compattare i ranghi che hanno sempre dimostrato di avere. Potrebbe essere della partita anche un nuovo “Centro”, prodotto delle osmosi interne al vasto schieramento “moderato”, che non avrebbe difficoltà a solleticare le nostalgie egemoniche della dormiente Italia democristiana.
La terza, classica espressione del sentimento politico-ideologico italiano, invece, è tecnicamente dispersa. Tramortita dalla frammentazione dell’area comunista e dalla spersonalizzazione del Partito Democratico, la Sinistra oggi non è in grado di prendere parte con concrete speranze di successo al confronto elettorale.
Che Walter Veltroni non sia (almeno per ora) riuscito a tornare in sella, che Dario Franceschini non sembri destinato a rimanere segretario e che Francesco Rutelli sia sempre più intenzionato a lasciare il partito sono, dal mio punto di vista, fatti positivi. Liberato dalla loro influenza, e possibilmente da quella di altri “simil-centristi”, il PD sarebbe nelle condizioni almeno potenziali di riconfigurarsi a Sinistra: se il partito sapesse ritornare al formato DS, sarebbe già qualcosa.
Il cambiamento nel PD potrebbe suscitare nei partiti dell’area comunista il convincimento che un nuovo robusto fronte progressista, in Italia, può essere costruito. A patto che gli indegni eredi di Enrico Berlinguer ritrovino la volontà di stare insieme, perché anche ai tempi del segretario sassarese esistevano diversità di vedute, ma queste non trovavano sfogo in ripetute, egoistiche e controproducenti scissioni, bensì nel sano e necessario confronto tra la linea maggioritaria e quella minoritaria. Si chiamava democrazia dialettica interna: che cosa ne hanno fatto i litigiosi comprimari di oggi?

Francesco Obinu

sabato 10 ottobre 2009

mercoledì 7 ottobre 2009

Cultura. Tutta un'altra storia?

C’è in Sardegna una gran sete di storia patria, spesso frustrata dall’insoddisfazione verso le fonti (“quello che le fonti non dicono”) e verso gli storici, che non direbbero abbastanza e bene. Se qualcosa non funziona (o, meglio, non funziona come vorremmo) nella narrazione delle fonti, se qualcosa non ha funzionato o non funziona nella claudicante ricostruzione scientifica dei fatti storici, sarà bene capire che ogni intervento di “ortopedia storiografica” non può partire dalla presuntuosa convinzione che gli altri abbiano detto o dicano solo stupidaggini, che l’accademia abbia prodotto solo merce avariata e che noi e solo noi possiamo essere la panacea per ogni male. Essere dentro o fuori dal sistema universitario implica innanzitutto l’impegno a migliorare la propria capacità e onestà d’indagine, senza agitare il vessillo vittimistico di una ingiusta esclusione dal consesso scientifico e/o accademico. La patente di attendibilità e autorevolezza si guadagna sul campo, attraverso la dedizione e una puntuale analisi delle fonti. Ricoprire una cattedra non abilita automaticamente alla veridicità scientifica, così come essere fuori dall’Università non è garanzia del contrario. Ricercatori e docenti non sono cioè tutori di alcuna verità né tanto meno dei fatti storici, anche se per statuto e vocazione sono deputati al loro studio e alla divulgazione dei risultati delle proprie ricerche in merito; ma è altrettanto vero che cultori e appassionati estemporanei non possono pretendere di sostituirsi a priori ai professionisti della ricerca storica nel nome del degrado dell’accademia e dell’insoddisfazione per gli orientamenti “ideologici” della ricerca stessa. Iniziative analoghe in altri settori più propriamente definiti scientifici vengono giustamente bollate come atti di ciarlataneria, talora perseguibili anche penalmente. Troppo spesso invece per le discipline storiche viene rivendicata la libertà di pensiero, sancita certamente dalla Costituzione ma declinata più facilmente come “pensieri in libertà”. Affabulazione e potere mediatico (non necessariamente quello dei grandi gruppi: si intendono anche i 4-5000 euro di tasca propria investiti per una pubblicazione) fanno il resto. Sergio Frau non è certo uno sprovveduto, ma senza il gruppo “Espresso” alle spalle la sua Atlantide sarebbe rimasta sott’acqua.

Alessandro Soddu

martedì 6 ottobre 2009

Satira. Capitan Farloc

1. Ritto sul ponte di comando del suo vascello d’assalto, Farloc, il pirata nero, scruta con impazienza lo spazio davanti a sé alla ricerca di una preda.
Perché ama conquistare, lui. Possiede ingenti ricchezze, ma non ha mai usato il denaro per possedere qualcuno o qualcosa, lui, uomini, donne o potere che fossero. Comprare, non è necessario per il conquistatore dal fascino maledetto e implacabile!
Scruta e freme… Poi d’improvviso la scorge. La nave è grande, ricca, potente oltre ogni immaginazione… È quella che sogna da sempre, quella che ha inseguito per lunghi anni, quella che gli era sfuggita per le incursioni di un capitano di lungo corso della vecchia scuola. Ma il corsaro imbattibile, vittima di ammutinamento, ormai non c’è più e la preda è di nuovo alla portata. Se la catturasse, sarebbe un colpo senza precedenti, il bottino più grande di tutti i tempi, la chiave per l’apoteosi.
Chi mai potrebbe impedirgli, ora, di raggiungere la meta?

2. Un altro come il comandante Mucillaggine, per caso? Era partito con la sua ammiraglia, insieme ad una nave alleata e ad una collegata, per dare battaglia a Farloc e agli ammutinati, i quali, a conferma del fatto che non ha bisogno, lui, di comprare qualcuno col denaro, si erano gettati ai piedi del pirata con tanto di lingue fluttuanti, perché li prendesse con sé anche come semplice ciurma.
Mucillaggine ostentava sicurezza, ma barava, perché vantava più armi di quante ne avesse davvero. Baro e sleale, voleva vincere da solo e così rapinò la nave collegata, che andò alla deriva. Dopo il naufragio, gli ex-collegati, animati da feroce spirito autolesionistico, fecero a pezzi la loro nave, convinti che a bordo di piccole scialuppe avrebbero trovato presto un approdo sicuro: stanno ancora vagando senza meta.
A Mucillaggine però non andò meglio. Mentre l’alleato si disimpegnò bene, l’ammiraglia, fiacca come il comandante, affondò quasi senza combattere. Mucillaggine non riconobbe di essere stato un comandante inetto e chiese una nuova ammiraglia, ma quando si presentò davanti alla cabina di comando lo fermò un segnale luminoso: – Keep Out! -, che in italiano aulico significa: - Fuori dalle palle! -.
Per non subire l’onta del degradamento, Mucillaggine porse le dimissioni. Trascorso del tempo, sperando che la sua débacle fosse stata dimenticata, prese a farsi rivedere in occasioni politico-mondane, deciso a ricandidarsi per l’alto incarico: - Keep Out!! -.
Consapevole di non essere gradito, ha provato allora a tornare in auge spingendo avanti un suo favorito, che però era stato assunto come semplice pilota traghettatore…
- Keep Out!!! -.

3. Farloc prepara l’arrembaggio: – L’ora delle decisioni irrevocabili è giunta! -.
Il suo vascello punta veloce verso la grande nave, ma quella non sembra intenzionata ad arrendersi. Le sue vele restano issate, le sue antenne non si abbassano e il suo SOS continua a ripetere, forte e chiaro, che Farloc vuole toglierle la libertà di movimento e rinchiuderla nel canale a senso unico dentro cui galleggiano in fila indiana tutti i vascelli del pirata.
- Spezzeremo le reni ai farabutti! -. Farloc si lancia in avanti per ghermire il timone della grande nave. Nel suo braccio acciaio c’è, ma l’aggancio non riesce, la distanza è troppa. Gli servirebbe una protesi per prolungare l’arto uncinato. Non ha difficoltà a trovarne subito una. La portano, la applicano. Ora ne ha due.
Con quell’altra, raccontano, riesce a fare cose strabilianti, del tipo: essere molto affettuoso.
Il pirata tenta il secondo assalto, ma giunto a bordo della grande nave si rende conto che i marinai, lì, sono molti di più dei suoi. Contro ordine e ritorno precipitoso sul vascello.
La pirataglia adesso è scompaginata, il vascello è ingovernabile. La grande nave può mettere in atto una manovra evasiva, speronando il battello assalitore e guadagnando la via di fuga. Anche per questa volta è salva.
Sul vascello alla deriva regna la confusione. Lo speronamento ha provocato molti danni e il capitano sembra scomparso. Si teme che possa essere caduto fuori bordo, e questo lo metterebbe in soppraffini casini, ma al termine di lunghe ricerche lo ritrovano laggiù, in fondo alla stiva, appoggiato ad alcune casse rovesciate, semi-sepolto sotto una montagna di pilloline azzurre.

Francesco Obinu

venerdì 2 ottobre 2009

Società. Di apostrofo

Chi sperava che la presenza della D’Addario ad Anno zero potesse infliggere un colpo mortale all’immagine di Silvio Berlusconi sarà rimasto deluso. Così come chi sperava di capirne di più della storia delle escort (leggi “prostitute d’alto bordo”, ma comunque prostitute). Perché da trasmissioni come la suddetta, se ne condivida o meno l’impostazione “ideologica”, alla fine non viene fuori nulla che non sia una nauseante sensazione di vuoto e sconcerto, tale è la rissa verbale, la confusione e l’incapacità di presentatore e ospiti di mantenere un barlume di disciplina e rispetto per le idee altrui. Nessun pensiero esposto in maniera compiuta senza essere interrotti, nessun reale contraddittorio. Lo studio televisivo scambiato ora per una piazza da mercato, ora per un’improvvisata e affollata aula di tribunale, che dovrebbe supplire alla contumacia di molti protagonisti. Insomma uno spettacolo vergognoso che nulla aggiunge e nulla toglie al clima di sottocultura in cui il Paese è da tempo precipitato. Sforzandomi di seguire l’intervista alla D’Addario ho cercato almeno di cogliere nel suo sguardo, nell’inflessione della sua voce qualche scampolo di “verità” che non fosse quella raccontata da giornali e tv. Ma il risultato è stato e non poteva essere che deludente, perché la televisione è recita quanto il gioco delle parti che ha portato questa e altre donne nei palazzi del potere. Quel che resta allora è il vecchio interrogativo mai risolto (neanche da Gesù Cristo) sulla dignità della puttana e sulla sua possibile riabilitazione. La domanda incalzante di Belpietro «come si guadagna da vivere?» suonava come un atto d’accusa francamente ingrato, dato che il cuore dell’intera vicenda – come tutti sanno – non sta nelle prestazioni sessuali, pagate o meno, di chicchessia con chicchessia, ma nelle “conseguenze dell’amore” sulla gestione della cosa pubblica. L’impeachment di Bill Clinton è passato per la bocca menzognera del presidente americano, non per quella della Lewinsky. Ma l’America non è l’Italia e l’Italia non è l’America. Qui si confonde in modo subdolo reato (che non c’è, è bene sottolinearlo) e peccato, ma alla fine, ironia della sorte, a pagare sarà la prostituta.

Alessandro Soddu