venerdì 31 luglio 2009

Cultura. Zia Maria e De Andrè

«Chie no cheret bene a sos canes no cheret bene mancu a sos cristianos» (“chi non vuol bene ai cani non vuol bene neanche agli uomini”). Devo questa pillola di saggezza a zia Maria (dove zia e Maria sono fatti reali), che nella sua vita ha conosciuto bene l’animo degli uomini e dei cani. Tutta la nostra vita è condizionata dalla nostra forma e dalla nostra formazione, infantile e giovanile, e dopo un po’ non possiamo farci quasi niente. Difficilmente miglioriamo, al limite manteniamo e conteniamo. Però possiamo conoscere, quasi a dismisura. La mia conoscenza di De Andrè, da bambino, è legata a un contesto squallido di penombra estiva, caldo e fumo. La canzone di Marinella e Bocca di rosa andavano a oltranza sul giradischi di uno zio minore e il timbro tombale di Faber faceva il resto. Ho dovuto attendere gli arrangiamenti della PFM per sentire vive quelle canzoni e conoscerne delle altre. Ma, come detto, l’imprinting è fondamentale e letale. Ancora più recentemente ho scoperto e riscoperto altri brani grazie alle reinterpretazioni di una cover band sarda (i Doc Sound) che ne ha fatto il tratto dominante del proprio repertorio. Il fatto è che tra libri, video e tributi musicali, il fenomeno De Andrè mantiene dimensioni incredibili. Santificato già da vivo, la sua venerazione è in crescita costante al punto da rendere paradossali se non ridicole le infinite iniziative “per non dimenticare”. Nessuno dimentica, nessuno può dimenticare. Semmai alcuni non riescono ad elaborare il lutto e ad andare avanti. Non riescono i fans, non riescono Cristiano De Andrè, anima fragilissima che in questi giorni risorge artisticamente grazie alla compiuta reincarnazione in lui del padre, e la PFM, che certifica e giustifica la propria esistenza nella riproposizione dei vecchi successi del cantautore genovese. Non dimenticano i sardi e la Sardegna, che devono scontare anche la colpa del barbaro rapimento, la cui miseria morale aumenta nel tempo proporzionalmente alla caratura artistica e intellettuale di Fabrizio De Andrè. La cui poesia e musica, che lo si voglia o no, scavano a fondo dentro la coscienza e la memoria lunga di individui e collettività, lasciando un solco lungo il viso, come una specie di sorriso.

Alessandro Soddu

giovedì 30 luglio 2009

Revival




Alessandro Soddu

lunedì 27 luglio 2009

Satira. Osso sacro, anfora profana

Dopo averci fatto morire dal ridere con la sua lectio magistralis sull’utilizzatore finale del corpo del reato, il buon sen. avv. Ghedini si è superato con la dotta interpretazione scientifica dei (presunti) ritrovamenti archeologici in Villa Certosa: non di tombe fenicio-puniche trattasi, ma bensì di ossa frammiste a ceramiche! Ma santo dominiddio, chiunque abbia visto almeno una puntata di Superquark sa bene che questa curiosa associazione di oggetti – ossa più ceramiche – corrisponde ad un tipo di sepoltura frequente nell’antichità: le anfore con dentro le ossa del defunto che tante volte abbiamo guardato, se non altro per un certo sapore horror, durante le visite scolastiche al Museo “Sanna” di Sassari. Ed anche a non voler scomodare le deposizioni in dolio, va da sé che il mix di frammenti ossei e ceramici corrisponde a quello che in altri termini si chiama “sito archeologico” (il sen. avv. dovrebbe peraltro essere ben informato sull’argomento visto che la sorella Elena Francesca Ghedini è professore ordinario di Archeologia e storia dell’arte greca e romana all’Università di Padova). Insomma, l’ammissione di colpa è totale, ma la prossima strategia (del sen. e del cav.) è intuibile come il finale di un episodio di Topolino, con due opzioni: 1) il presidente del Consiglio, cosciente del grave nocumento che sarebbe potuto derivare dall’esposizione incustodita delle preziose tracce archeologiche le avrebbe volontariamente occultate; 2) interpretando il sentire comune che detesta l’invadenza della Soprintendenza archeologica e i suoi odiosi vincoli, il presidente del Consiglio avrebbe deliberatamente deciso di non dare pubblicità ai ritrovamenti, dato che peraltro si tratterebbe di “poca roba senza valore”. Anche la cronologia dei reperti è uno spasso. Come riferiscono fonti autorevoli (Berlusconi-D’Addario), si tratterebbe di III sec. a.C. (cioè 200 a.C.) o di 300 a.C. (cioè IV sec. a.C.). «Ma, insomma, Niccolò, III o IV? Cribbio, intervenga Bertolaso!». Diciamocela tutta: si tenga pure il premier ossa, ceramiche e quant’altro. Anzi, arricchisca la sua prestigiosa collezione magari con qualche mummia nuragica o con le reliquie di san Simplicio. Ci accontentiamo di preservare le (nostre) ossa dall’artrosi e le ceramiche in porcellana acquistate (con il materasso ortopedico) da Media Shopping.

Alessandro Soddu

venerdì 24 luglio 2009

Società. C'è anche la campagna

Quando in giornate infernali come queste vedo e sento gli avvenimenti e l’opera devastatrice dell’uomo addosso come un vestito penso alle “campagne di sensibilizzazione” delle istituzioni, alla quantità di denaro pubblico spesa per finanziare depliants, spot e inserzioni per educare e dissuadere i cittadini da azioni folli quali quella di appiccare incendi, peraltro (o forse proprio per questo) con temperature e ventilazione già di per sé extraterrestri. Tutto inutile. All’improvviso ci ricordiamo che esiste la campagna, quella vera e dura, durissima da gestire, che consiste in qualcosa di ben diverso dall’andarci sporadicamente per abboffarsi in un agriturismo o organizzare spuntini di varia ispirazione. È la campagna da dissodare, da tenere in ordine per non lasciare prendere o riprendere il sopravvento all’incolto. Sono le recinzioni da controllare per evitare le invasioni del bestiame. È l’arsura che dilania le fauci di animali e uomini. Dopo l’inverno più piovoso della storia dell’Universo abbiamo pensato che sarebbero finalmente finiti i problemi di approvvigionamento idrico. Vegetazione rigogliosa, Sardegna verde come non mai. Ma tutto quel ben di Dio (non era difficile immaginarlo) si è presto trasformato in un enorme covone arroventato dal sole su cui hanno cominciato a soffiare tutti i venti maledetti di questa isola maledetta. A questo punto mancava solo il tocco finale. E non importa che si tratti di speculazione edilizia, di strategia per l’assunzione di pompieri stagionali, di business del rimboschimento, di troglodita fiducia nel debbio, di casualità, di disattenzione, perfino di autocombustione, se mai è esistita. Quello che importa è che è accaduto mentre non sarebbe mai dovuto accadere, soprattutto in questa estate dopo quell’inverno. La caccia ai responsabili, le polemiche incrociate tra Governo, Regione ed enti locali, maggioranze ed opposizioni, non restituiranno la vita ai caduti di questa guerra, per la quale non sono previsti contingenti umanitari o di peacekeeping. Il fenomeno però (se la cosa può consolare) non è solo sardo, come dimostrano i recenti e ben più devastanti casi in Grecia, California e Australia. Tuttavia potevamo e dovevamo dare un segno di maturità ed invece è tornata la vecchia Sardegna di sempre, arida e senza speranza.

Alessandro Soddu

Il tango delle capinere













Aeroporto. Un giovane viene fermato da un uomo in divisa, portato in uno stanzino e perquisito.
“C’è qualche problema? Sono accusato di qualcosa?”
“Se ti ferma la polizia fai tante domande?”
“Ma…”
“Lo sai che ti posso anche spaccare la faccia sul muro?”
“…”

Siamo a Beirut? Pechino? Asmara? Teheran? No, Alghero. Quando? Lunedì 20 luglio, ore 8 del mattino. Il giovane tornava da Bergamo, era fuori per il concerto di Madonna. L’uomo in divisa è un finanziere. Un finanziere imbecille, si intende. Mi chiedo: se la clandestinità è un reato, l’imbecillità dotata di armi e scarponi che cosa è? Chi ci difende dal pericolo di tutti quei soldatini che vivono nella costante ricerca del gesto maschio, che ci intimoriscono gratuitamente usando il loro costume da super uomini? Insomma, chi ci difende dai presunti difensori? La questione è vecchia ma sempre attuale. L’impunibilità – o la difficile punibilità – di chi è stipendiato dallo stato, lede la fiducia nelle istituzioni e compromette la pace sociale. A questo proposito, potrei anche puntare il dito sul capo di governo e ricordare, per esempio, il caso Mills. Ma siccome Mills non è una strafiga che si è rotolata sul lettone di Putin, la vicenda non ha né colpito né tantomeno indignato nessuno, dunque lascerò perdere anche io! Dicevo, chi sbaglia deve essere punito. E in vista dell'arrivo degli eserciti di ronde che – c’est la loi de La Palice – saranno rifugio per megalomani, xenofobi, omofobi e razzisti di varia natura, è legittimo cominciare a preoccuparsi.
Nel ’68 Pasolini si schierò dalla parte dei poliziotti e contro i figli di papà, borghesi e viziati, che manifestavano a Parigi; certo, altri problemi, altri anni. Io però oggi mi schiero con i ragazzetti che - come il fan di Miss Ciccone – pur andando pacificamente a zonzo, vengono maltrattati, dileggiati e minacciati da ridicoli moschettieri che, pagati per garantire l’ordine, sono capaci solo di seminare paura e disprezzo. Mi schiero contro chi usa la prepotenza sentendosi protetto. Mi schiero contro l’idea di una società perennemente controllata. Perché le ronde più intelligenti rimangono quelle cantate da un vecchio tango. Tatara tararà ta ta.

Denise Pisanu

martedì 21 luglio 2009

Economia. Sardinistan: Exit Strategy



Alessandro Soddu

venerdì 17 luglio 2009

Necrologie. Verrà l'inverno e il gas russo ci riscalderà




a sinistra: Anna Politkovskaja
a destra: Natalya Estemirova


Alessandro Soddu

giovedì 16 luglio 2009

Controcalcio. L'occhio che uccide

«Realizziamo i vostri sogni». Per quanto possa riuscire insopportabile, anzi, proprio perché risulta insopportabile, questo striscione, apparso sulla gradinata dei tifosi milanisti all’inizio di un derby di qualche anno fa dopo che il Milan aveva conquistato la coppa dei campioni, sintetizza in modo esemplare due atteggiamenti umanissimi che possono provarsi dalla prima infanzia alla soglia della tomba: lo scherno del prossimo e l’invidia, speculari e in contrasto assoluto. Solo il superamento dello stadio puerile o, ottimisticamente, il superiore distacco dalle cose (presuntamente) futili può permettere – in questo caso ai tifosi interisti – di valutare col giusto peso la suddetta affermazione e giungere perfino ad apprezzarne la matematica (e diabolica) perfezione. D’altra parte, l’invidia è uno stato d’animo atipico, che pesca nel torbido della coscienza ed è capace anche di inquietare, a giudicare dal più recondito e discusso dei sentimenti umani, quella femminile «invidia del pene» di cui informano i testi di psicanalisi. Ma c’è anche un’invidia fallica maschile che giustifica il successo della pornografia tanto quanto lo determina la carrellata di donne belle e maledette, perché è chiaro a tutti che personaggi come John Holmes e Rocco Siffredi sono miti quasi esclusivamente maschili. La constatazione delle cose e la loro razionalizzazione sono così le uniche armi che possono opporsi all’insorgere dell’invidia, operazioni realizzabili seppure con difficoltà e peraltro non definitive, perché l’accettazione di un fatto (o del fato, per i più catastrofisti) va a pari passo con le occasioni di riflessione sullo stesso, come in un’interminabile rielaborazione del lutto. La maledizione di scoprirsi eternamente invidiosi conduce senza dubbio ad una vita pietosa, ma la tanto decantata “cultura della sconfitta” può essere, fuori da ogni artificio filosofico, il vero toccasana per equilibrare gli alti e bassi di un’esistenza qualunque. In questo senso, gli interisti, tra antichi piagnistei e vanagloria post-moggiana, dovrebbero avere gli anticorpi per affrontare in modo sereno la prossima stagione calcistica. A patto che mago Merlinho smetta di propinare a stampa e tifosi le sue pozioni avvelenate di (invidiabile?) narcisismo e presunzione.

Alessandro Soddu

lunedì 13 luglio 2009

Politica. La Grande Bugia

1. “FROM LA MADDALENA…”. Lo slogan ufficiale del G8 2009 recitava: “First people” – “prima le persone”. Negli studiati interventi di questi giorni, confezionati ad uso e consumo della platea mondiale, il presidente del Consiglio ha parlato più volte dell’impegno che i paesi sviluppati devono produrre in favore dei popoli che soffrono povertà e degrado. In precedenza, parlando all’assemblea degli industriali di Napoli, aveva dichiarato la necessità di dare vita ad una “economia sociale di mercato”, un arzigogolo di impressionante insulsaggine.
Poiché il signore di Palazzo Chigi ha sentenziato che l’economia deve preoccuparsi prima di tutto delle persone, allora: “La Sardegna non farà più sconti a nessuno”, gli ha immediatamente fatto eco il valvassino di Via Roma, con una frase ad effetto lanciata teatralmente sul palcoscenico dello sciopero del 10 luglio.
Senonché, mentre la Sardegna che lavora, o meglio che vorrebbe lavorare, manifestava il suo dolore, la Giunta di Via Roma respingeva l’apertura di un confronto su alcuni emendamenti al “collegato” della legge finanziaria, presentati dall’opposizione, per l’aumento degli “ammortizzatori sociali” e per favorire nuove opportunità di lavoro. Non è uno “sconto” questo? Mi pare proprio di sì, e bello grosso pure, perché la Giunta regionale lo ha concesso a se stessa.
Chi lo paga? La Sardegna, anche in questo caso. La solita Sardegna generosa e un po’ sprovveduta, che sembra accontentarsi delle pacche sulle spalle che spesso le capita di ricevere, come ultimamente, per l’abnegazione e la capacità di farsi voler bene dei suoi volontari, accorsi in Abruzzo a dare molto di più di quei 200 milioni di euro che il Governo ha strappato dalle mani all’isola, in cambio di una dedica nel logo del G8: “From La Maddalena to L’Aquila”.
Più che una carineria, sembra un motteggio beffardo. La Maddalena, bella cittadina di mare che ha “offerto” il suo grande evento al capoluogo abruzzese, ha ovviamente un sindaco, il quale però non è stato invitato all’apertura del G8 per un ringraziamento ufficiale, né dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, né dal suo collega aquilano.
Ecco la ricompensa per i Maddalenini, che a parte qualche sommessa e civile protesta hanno accettato di buon grado la rinuncia ai vitali introiti finanziari derivanti dal vertice internazionale. E l’arcipelago si consoli pure con le mega-strutture che produrranno utili economici soltanto per chi le avrà in gestione (è necessario precisare che non si tratta di operatori sardi né, tantomeno, maddalenini?).

2. “…TO L’AQUILA”. I “grandi” della Terra hanno infine celebrato il loro rito, fatto soprattutto di apparenza: sorrisi e ammiccamenti di circostanza, tristezza istrionica davanti alle macerie, foto di gruppo stereotipate, atteggiamenti da “amiconi” per le riprese televisive, il pollice verso l’alto del presidente americano, simbolo di un mondo che pretende di trasmettere un’immagine di sicurezza e potenza mentre sa benissimo che il bisogno e la povertà, ormai, stanno rapidamente crescendo dentro i suoi stessi confini.
E poi il contorno (… o era il piatto principale?): Walter l’Africano a braccetto con George Clooney, Carla Bruni che, da vera star (e gran "stippa"), arriva dopo gli altri a prendere per sé tutta la ribalta, il galante sindaco (quello aquilano, che ignora di avere un probo collega maddalenino) che offre un pranzo alle “first ladies”, e le smodate attenzioni di giornali e telegiornali al look delle suddette…
Il G8 ha nuovamente inscenato la sua bugiarda liturgia. I “grandi” della Terra mentono a se stessi e al resto del mondo. Non hanno mai avuto la capacità (diciamo pure: la volontà vera) di sanare le piaghe del sottosviluppo, come dimostrano gli impegni assunti nei passati vertici e rimasti parole al vento; e non hanno la capacità di arrestare la progressiva decadenza del modello socio-economico occidentale, di cui la grave crisi ancora in corso (nonostante la ricetta magica dell’ottimismo… ) è un ulteriore inequivocabile segnale.
Il sistema economico libermercatista - che ha gonfiato a dismisura se stesso, poggiando sulla balorda convinzione che la ricchezza sia producibile all’infinito e, addirittura, riproducibile dalle pure operazioni speculative finanziarie, purché si lasci fare esclusivamente alle “leggi del mercato” - è giunto al punto critico.
La fin troppo comoda pretesa degli ultra-liberisti, per cui lo Stato “non deve” intervenire nei processi economici (però poi deve essere pronto a salvare industrie, aziende e banche dal fallimento che proprio il “mercato” ha decretato!), non può essere tollerata più oltre. Gli Stati devono poter regolamentare i processi economici, in difesa dell’interesse generale e contro l’arroganza di chi vorrebbe conservare una società fatta di pochi privilegiati e moltissimi emarginati, di pochi che possono sempre aprire un comodo paracadute e moltissimi che sono costretti a rivendicare il diritto a lavorare per vivere.
Occorre un’intesa politica internazionale per preparare una efficace riforma del sistema produttivo-lavorativo e di quello finanziario, e soltanto le forze autenticamente progressiste possono farsene promotrici.
L'impresa è difficile? Nessuna conquista è mai stata facile.
E ad una tale impresa non serve il fasullo baraccone del G8.

Francesco Obinu

sabato 11 luglio 2009

Satira. Pino e gli anticorpi: finalmente un twist senza gambali

Negli anni ’70 e ’80 Benito Urgu faceva ridere imitando i pastori sardi.
Negli anni ’90 Giuseppe Masia faceva ridere imitando Benito Urgu.
Negli anni ’90 e Duemila i 448 facevano un po’ ridere imitando Benito Urgu e Giuseppe Masia.
Negli anni ’90 e Duemila Aldo, Giovanni e Giacomo facevano ridere imitando i pastori sardi, ma in un modo nuovo.
Negli anni ’90 e Duemila i Tressardi facevano ridere imitando i pastori sardi, in un modo parzialmente nuovo.
Negli anni Duemila Cristian Cocco e i Tenorenis non fanno ridere imitando un po’ i 448, i Tressardi e Aldo, Giovanni e Giacomo.
Negli anni Duemila, mentre Nino Frassica e Piero Chiambretti invitano nelle loro trasmissioni Benito Urgu che imita sé stesso (quello degli anni ’70 e ’80), Pino e gli anticorpi fanno ridere senza imitare i pastori sardi. La loro è una comicità universale e, quando “etnica”, metropolitana. Era ora.

Alessandro Soddu

Società. Piùchegiapponesi



[cliccare sulla foto per ingrandire]


Alessandro Soddu

giovedì 9 luglio 2009

Interiora. My space book del tube

A cosa serve, se serve, un blog? Può sembrare contraddittorio, anzi, lo è senz’altro, parlare in termini critici di un mezzo di espressione nel momento stesso in cui se ne fa deliberatamente uso. Eppure è doveroso riflettere sulle illusioni e frustrazioni del web, nell’intimo e nel politico (la rivolta degli Uyguri e quella iraniana insegnano). Riponiamo troppe speranze nel canale comunicativo che può crearsi attraverso la rete. La sua struttura e le sue potenzialità sono superiori all’uso che se ne fa e alle relative conseguenze. Perciò la volontà e le aspettative ne escono molto spesso a pezzi. A trionfare è la tirannia gossipara e voyeuristica di You tube, mentre “siti” e blogs diventano altrettanti cimiteri di internet. Anche l’e-mail ci ha illuso che tutto e tutti fossero immediatamente raggiungibili e sarebbe effettivamente così, a patto però che dall’altra parte ci sia la volontà di ascoltarci e di risponderci. Il che non è automatico né frequente. Da qui la frustrazione, la stessa che passa per le linee dei telefonini e in particolare per le icone degli sms che vanamente aspettiamo sul display. Solitudine, eccitazione e poi tristezza, bruciore agli occhi e dolori alle mani: il computer lascia su di noi i suoi segni materiali e immateriali, gli stessi segni ancestrali della masturbazione. La tecnologia, soprattutto quella più raffinata, riporta gli adulti a riflettere e dannarsi su questioni che credevano superate. Improvvisamente si riprende a “uscire” con il serio rischio di non riuscire più a “rientrare”. Credo nel web e nel blog – è chiaro – ma vorrei crederci di più e non ci riesco.

Alessandro Soddu

Società. Fenomenologia di Marco Carta

Carlo Rossetti, L’irresistibile ascesa di Marco Carta, in «Il Mulino», 3/2009, pp. 517-524, brani scelti dalle pp. 520-521

Il capolavoro di Mediaset è l’ascesa di Marco Carta, il cantante, vincitore del Festival di Sanremo […]. La vittoria di Carta incorona un iter meraviglioso, mitico, della trasformazione dell’esistenza e dell’ascesa alla gloria suprema. La vittoria di Sanremo apre tutte le porte delle manifestazioni canore, della stampa, dei canali locali e nazionali. Carta diventa un messaggero, un angelo del miracolo Mediaset che giunge a tutta l’Italia. […]. Marco Carta è il capolavoro politico di Mediaset. È giovanissimo e orfano. Lavorava come garzone di un parrucchiere per signore. Un’attività connessa direttamente al mondo dell’apparenza e dei media. Proviene dalla Sardegna, provincia lontana e derelitta. Ha studi modesti. Ma ha le physique du rôle. È minuto, col volto scavato, esile. L’origine è importante per intessere la narrazione, l’ascesa dal nulla, dalla solitudine dell’orfano senza affetti, a vincitore di Amici. Il «miracolato» è malleabile. Aspetto decisivo per modellare il personaggio. Sempre deferente e supino, devotissimo al bene che riceve, prono davanti a Maria. […]. In Amici si svolge una polemica dura e costante, farsesca e plebea tra i singoli concorrenti e la «commissione dei professori» che dà il giudizio e il punteggio. La commissione è irrisa, il giudizio professionale deliberatamente offeso. Maria De Filippi si assegna il ruolo del difensore dei ragazzi. Con atteggiamenti aperti e allusivi, parteggia per i concorrenti. Si pone vicina a loro, di fronte alla Commissione e la contesta. Il messaggio al pubblico è diretto e ricco di implicazioni. Mediaset non ammette i formalismi del giudizio. Non tollera la distanza critica che si pone sempre tra il giudice e l’oggetto del giudizio. Mediaset è «rivoluzionaria». […]. Le luci sono tutte puntate su Carta. Il giuoco non coinvolge il menestrello isolano. Amici è un rituale di gruppo, con due squadre numerose, sempre sulla scena. Mediaset non cura solo il singolo e il suo destino. È un attore collettivo. Muove i giovani di valore. Li innalza alla «meta». Amici è, indirettamente, il partito dei giovani, nel cuore di Silvio e Maria […].

martedì 7 luglio 2009

Società. Occi mei, occi toi



A cosa serve, se serve, un blog?



Alessandro Soddu

sabato 4 luglio 2009

venerdì 3 luglio 2009

Letture. In nome dell’Ordine

1818: il Governo viceregio sardo emana un provvedimento contro i poveri che si recano a Cagliari dai paesi del circondario per chiedere l’elemosina.

“In avvenire non sarà lecito ad alcun mendicante di allontanarsi dal suo paese d’origine o di altro suo fisso domicilio; ed essendo colto mendicando fuori di essi, sarà sul campo arrestato dalla forza pubblica.
Qualunque povero dei villaggi, che, prima di arrivare il presente nel proprio di lui paese e pubblicarsi, si troverà in cammino verso della Capitale, dovrà appena giunto presentarsi al Deputato del Governo per la polizia dei poveri, il quale gli darà un Biglietto in stampa, nel quale vi scriverà il nome, cognome e patria del povero, ed il giorno del suo arrivo e la facoltà di poter questuare per tre giorni successivi, scaduti i quali dovrà presentarsi di nuovo al suddetto Deputato, da cui gli verrà notificato l’ordine di doversi indilatamente rimpatriare.
Qualunque povero verrà trovato questuando pubblicamente senza Biglietto, o col Biglietto che sia scaduto, verrà sul campo arrestato ed assoggettato alla pena che Sua Eccellenza si riserba di stabilire per la prima volta e, in caso di recidiva, a quelle imposte dalle Reali Prammatiche”.

(Regno di Sardegna, Segreteria di Stato e di Guerra. Cagliari, Archivio di Stato)

Francesco Obinu

Politica. Repressione, nazionalismo e razzismo

2 luglio 2009: il Parlamento della Repubblica italiana approva il “pacchetto sicurezza”, mirato esplicitamente a colpire l’immigrazione.
Contiene norme che hanno un comune denominatore, quello della repressione. La Lega Nord ha voluto con forza e ottenuto l’introduzione del “reato di clandestinità”: i “clandestini” non saranno subito rimpatriati, ma potranno essere incarcerati e poi, solo dopo aver scontato la pena, espulsi.
La nuova legge prevede anche l’istituzione delle cosiddette “ronde”. Per “la sicurezza dei cittadini”, naturalmente. In uno Stato civile ed evoluto la sicurezza dei cittadini dovrebbe essere garantita dalle forze dell’ordine, ma il Governo in carica, dopo aver tralasciato di rinforzare l’organico della Polizia di Stato per assecondare le pulsioni militariste del ministro della Difesa, adesso acconsente all’altra brama leghista per le squadre di vigilanti. Immagino che quelli del Carroccio si siano sentiti, almeno in parte, ripagati del dispiacere per la mancata realizzazione di un loro vecchio sogno: la “Guardia Padana” delle “camicie verdi”.
Il partito di Bossi, Maroni e Calderoli è senza dubbio il più convinto ispiratore e sostenitore di questo “pacchetto”, ma il resto della maggioranza – compresi coloro che avevano manifestato perplessità sulla opportunità di vararlo – ne sono responsabili in egual misura. Se poi poteva esistere qualche dubbio in merito, le parole di Gasparri, in occasione del voto alla Camera, hanno fatto chiarezza: secondo l’esponente del PDL il “pacchetto giustizia” è un provvedimento che tutta la maggioranza ha approvato “con orgoglio e con gioia”. Non si tratta semplicemente della Lega, ma della Destra.
Le norme per la regolamentazione dell’immigrazione e l’individuazione degli elementi “indesiderabili” e pericolosi, al fine della loro espulsione, c’erano già. Ma alla Destra ciò non bastava: la “sicurezza dei cittadini” è soltanto il pretesto che le serve per coprire il suo vero intento, che è quello di impedire agli “stranieri” l’ingresso in Italia.
Questo dimostra tutta l’inadeguatezza culturale della Destra a governare uno Stato moderno: di là dai nostri confini non ci sono altri uomini e donne, ma non-italiani, altro-da-noi. La Destra è per l’esclusione, per le frontiere, per le vecchie bandiere che ondeggiano al vento fra le note degli inni nazionali. La Destra si compiace delle tronfie parate militari e dei muri che separano i popoli (così come normalmente sostiene le barriere che discriminano fra i cittadini: obbedienti/contestatori, cattolici/acattolici, sposati/conviventi, eterosessuali/omosessuali, …).
Nella miscela “Italiano-Occidentale-Cristiano” hanno versato i loro ingredienti i nazionalisti di missina e fascista memoria, i leghisti xenofobi e i cattolici conservatori, che dopo la fine della DC sono accorsi, in gran parte, ad ingrossare il partito berlusconiano.
Una quota pesante di responsabilità in merito all’approvazione della legge grava proprio sulle spalle del mondo cattolico, al cui interno, evidentemente, gli ambienti conservatori (quando non proprio retrivi) dettano la linea da seguire.
Sempre pronto a mettersi di traverso con implacabile determinazione, ogniqualvolta si tratti di osteggiare l’iter parlamentare di disegni di legge di avanzata dimensione civile (utilizzo delle cellule staminali, procreazione assistita, diritto a rifiutare il mantenimento artificiale in vita), il mondo cattolico non è stato altrettanto compatto e deciso contro una legge a dir poco disumana (e la pur apprezzabile, quanto solitaria nella Chiesa, protesta del Pontificio Consiglio dei Migranti non ha avuto alcuna incisività).
Tutto questo fà della Destra una forza politica ferma a duecento anni fa. Il suo modo di affrontare i problemi sociali non si discosta, nella sostanza, da quello dell’autoritaria monarchia sardo-piemontese. Nessuna concreta propensione all'accoglienza e all'integrazione.
Chi si riempie la bocca tutti i giorni della parola “libertà”, alla prova dei fatti non è capace di improntare su di essa la propria azione politica.
È difficile farlo, del resto, quando si respingono i valori del socialismo e dell’internazionalismo.

Francesco Obinu

Satira. Sa mama ‘e su sole

“Pizzinnu istes in domo
e tanca sas ventanas
infora b’est sa mama ‘e su sole
a chent’ottanta grados
gialla che unu limone
ti poden salvare solu sos ferros…
Iscur’a tie, iscur’a chie
non creet in sa mama ‘e su sole…”

Lui non ci credeva…


(Il brano è tratto da Sa mama 'e su sole, Tazenda, "Murales", 1991)

Francesco Obinu

mercoledì 1 luglio 2009

Società. Pulp fiction






Alessandro Soddu

Politica. Ci sono cose che vanno lette

Così ha scritto Ezio Mauro:

Minacce e disperazione (Repubblica, 27 giugno 2009)

Con un passo in più verso il suo personale abisso politico, ieri Silvio Berlusconi si è collocato all'opposizione rispetto all'establishment internazionale di cui dovrebbe far parte come imprenditore e come capo del governo italiano. Sentendosi assediato dall'imbarazzo che lo circonda fuori dal paesaggio protetto del suo mondo televisivo, il premier ha attaccato tutto il sistema libero e autonomo che non accetta di farsi strumento del suo dominio: Banca d'Italia, organismi di analisi e di controllo internazionale, Europa, e naturalmente "giornali eversivi", vale a dire Repubblica.
Questa volta la minaccia è esplicita e addirittura sguaiata nella sua prepotenza, se non fosse un segno chiaro di disperazione. Il Cavaliere annuncia infatti che "chiuderà la bocca" a "tutti quei signori che parlano di crisi", alle organizzazioni che "continuano a diffondere dati di calo dell'economia anche di 5 punti", come ha appena fatto nel doveroso esercizio della sua responsabilità il governatore Draghi e come fanno regolarmente istituzioni neutre, libere e autorevoli nel rispetto generale dei leader democratici di tutto l'Occidente.
Nello stesso tempo Berlusconi rilancia la sua personale turbativa di mercato, invitando esplicitamente gli investitori a "minacciare" il ritiro della pubblicità ai giornali che a suo giudizio diffondono la paura della crisi.
Davanti a un premier imprenditore ed editore che chiede agli industriali di "minacciare" i giornali, con l'eco puntuale e ridicola del ministro Bondi che replica l'accusa di eversione a Repubblica, ci sarebbe poco da aggiungere. Se non notare una cosa: è la prima volta che Berlusconi esplicita la sua vera intenzione verso chi sfugge alla pretesa impossibile di narrazione unica della realtà.
Tecnicamente, si chiama pulsione totalitaria: anche se la deriva evidente del Cavaliere consiglia di considerarla soprattutto velleitaria, e a termine.