lunedì 29 giugno 2009

Revival. ¡Que viva México!



Alessandro Soddu

Società. Italiani, prava gente

È assai curioso notare come in Italia le questioni più dibattute non siano né di natura politica, né economica, né sociale; a tener desta l’attenzione è infatti la notizia sessuale.
La tendenza ad entrare nelle cosiddette “camere di mezzo” viene fomentata da una domanda che pare assillarci tutti: con chi va a letto quello/a? E la risposta, va da sé, è determinante ai fini del nostro giudizio: è un settantenne che va letto con le ragazzine? Vecchio porco pedofilo! È un uomo che va a letto con gli uomini? Vizioso omosessuale! È un politico che va a letto con i trans? Maiale di un gay represso! E così via.
Da una parte viene il sospetto che l’opinione pubblica vada nutrendosi dell’affare privato, intimo, carnale, per non occuparsi di temi molto più complessi e impegnativi sui quali probabilmente non è in grado di farsi un’idea. Dall’altra, rifacendoci a Freud, si potrebbe pensare che il costume sessuale sia ormai così generalmente depravato che la ricerca della mostruosità altrui servirebbe a far tacere il solito senso di colpa – odorante incenso - indotto da una cultura bigotta e ipocrita come la nostra.
Personalmente, trovo offensivo il modo in cui quotidiani, riviste, tg e siti web mi propinano ogni giorno scandali farlocchi rifiniti con tre foto e due soldi; trovo ridicole e pure un poco tristi le persone che si indignano di fronte ai piaceri del corpo altrui; trovo penoso chi, con la propria camera da letto ben sigillata, punta il dito contro le camere da letto sputtanate; e trovo infine, sentendomi anche piacevolmente sana, che tutto quel che accade in lenzuola non mie non sia affatto interessante.
Italiani, prava gente.

Denise Pisanu

sabato 27 giugno 2009

Politica. Count down per un addio

L’idea tratteggiata da Alessandro Soddu (nel suo “Il senso dell’amicizia”) di un Berlusconi “feudatario” è una suggestione interessante; ma mi ha colpito ancora di più l’immagine di quel muso avvolto nel buio, che sembra suggerire il sottotitolo: “Solo come un cane”.
Infatti vedo in questo modo la condizione attuale del presidente del Consiglio. Travolto dai troppi scandali e scandaletti che ormai non riesce più a nascondere, è mollato da tutti: dalla moglie, dal presidente della nazione a cui ha sempre guardato con servile reverenza, da una bella fetta degli elettori settentrionali e persino dal “Duo Dumbo” Ferrara-Guzzanti (esempio di folgorazione retrograda sulla via di Damasco).
Del suo naufragio matrimoniale non m’importa: è un fatto privato (a voler fare un minimo d’ironia, non credo che l’ultrasettantenne prostatomizzato abbia davvero tradito la moglie, semmai è vero che un ultrasettantenne prostatomizzato alla lunga stufa…).
I segnali emessi da Barack Obama, invece, sono assai interessanti; e sono inequivocabili: negli ultimi mesi il capo della Casa Bianca ha visitato molti paesi amici, ma si è tenuto ben lontano dall’Italia. Allora il nostro primo ministro si è organizzato lui per farsi ricevere dal presidente americano, in modo da poterci poi raccontare che i rapporti con Obama sono ottimi (noi, naturalmente, gli crediamo ciecamente).
È stato bello secco anche lo schiaffo elettorale europeo. La campagna berlusconiana era tutta incentrata sulla certezza che sul nome del premier sarebbe confluito più del 40% delle preferenze. Niente da fare: i voti che già credeva di avere in tasca sono andati invece ai leghisti e, in parte, persino all’odiato Di Pietro. In alcune regioni Berlusconi è stato nettamente surclassato dai candidati locali (in Sardegna sia dalla esponente del PD, Francesca Barracciu, sia da quella del PDL, Maddalena Calia).
Il “Duo Dumbo” non merita commenti: ha sempre seguito la scia più propizia e lucrosa (anzi, non sarei sorpreso del prossimo voltafaccia di altri personaggi senza onore, come Sgarbi, Capezzone e ovviamente Mastella).
A tutto questo si sommano quegli insistenti “rumores” che parlano di “scosse” e di “complotti”, a cui il premier tapino replica farneticando di un suo gradimento presso il 61% degli Italiani… Si direbbe che la pera sia cotta e fra non molto potrebbe cadere dal ramo.
Auspicio personale (a cui chiunque voglia potrà associarsi, naturalmente): spero sia davvero cominciato il conto alla rovescia dei giorni che mancano al definitivo commiato di Berlusconi, e spero che sia una conta breve. Con la sua fine (politica, mi accontento…) forse non finirà la fortuna elettorale del PDL, ma se l’Italia avrà finalmente un centro-destra realmente politico, che non abbia più come scopo primario quello di proteggere il suo creatore, sarà già qualcosa di meglio.
Poi, se il PD si riprenderà dalla terribile veltronite e i coriandoli comunisti la smetteranno con le scissioni, il centro-sinistra potrà mettersi al lavoro per vincere le prossime elezioni.

Francesco Obinu

venerdì 26 giugno 2009

Politica. Fratelli d'Italia




Alessandro Soddu

martedì 23 giugno 2009

Società. Il senso dell'amicizia


Al termine dell’incontro con il presidente Barack Obama a Washington, Berlusconi, ancora nelle stanze della Casa Bianca, ha dichiarato tutta la sua soddisfazione per lo stato dei rapporti tra USA e Italia, auspicando che all’amicizia tra i due paesi si aggiunga presto un più stretto legame personale tra lui ed Obama («sarei molto contento di potermi augurare un rapporto personale amichevole e diretto con Obama», ha detto Berlusconi). Un ennesimo manifesto della visione della politica del nostro presidente del Consiglio, intrisa di ‘familiarità’, tradotta in corporalità, gestualità e simpatia a pelle (quella che lui stesso ha ribattezzato «politica del cucù»). Non è solo un modo per conquistare l’interlocutore secondo una strategia da marketing che gli ha permesso qualche giorno addietro di definire con disinvoltura Gheddafi «un buon cliente» (ma d’altra parte, Forza Italia non è forse figlia di Publitalia?). Quella di Berlusconi è piuttosto una vocazione feudale del potere, interamente basato sulla fiducia e fedeltà personale, verso l’alto e verso il basso. Un sentimento di appartenenza a una stessa ‘grande famiglia’ cementato da comuni valori di riferimento, costantemente rinegoziabili. È per questo che Berlusconi soffre l’etichetta e l’asetticità di relazioni istituzionali che prevedano una distanza formale, concepita come un freno alla sua esuberante creatività politica. In fin dei conti questa visione delle cose riflette meccanismi molto comuni che sperimentiamo nel quotidiano contatto con le istituzioni. Da sempre, infatti, è l’approccio ‘personale’ nei rapporti con la pubblica amministrazione (a tutti i livelli) a consentire di risolvere le situazioni più complesse, rivelando l’impossibilità di avere soddisfazione dei propri diritti (un certificato, una licenza, un decreto) o accesso a opportunità di guadagno (appalti, assunzioni) se non ricorrendo ad un amicus (di partito e/o personale). E nelle ultime elezioni regionali in Sardegna più volte è stata evocata l’importanza di avere alla guida della giunta un presidente ‘amico’ del governo (il risultato è stato in questo senso un trionfo) per garantire il rilancio economico di un intero territorio. Un’amicizia talmente stretta e vincolante da diventare imbarazzante. Le liaisons dangereuses non passano necessariamente per una camera da letto.

Alessandro Soddu

lunedì 22 giugno 2009

Società. 'na voce, 'na chitara





Alessandro Soddu

mercoledì 17 giugno 2009

Società. Senza parole




Alessandro Soddu

martedì 16 giugno 2009

Politica. Come stanno le cose? Male, grazie

«Así son las cosas y así se lo hemos contado» (così stanno le cose e così gliele abbiamo raccontate). In questo modo rituale si concludeva qualche anno fa il telegiornale di una rete spagnola. In Italia le cose non stanno così. Tutto è complotto, trama, eversione. Anche quando è evidente il contrario. Quando Berlusconi cita le quattro pietre dello scandalo - la candidatura delle veline, Noemi Letizia, il caso dell’avv. Mills e la questione dei voli di stato - che starebbero alla base del progetto eversivo della sinistra attraverso il giornale La Repubblica cita in realtà dei dati di fatto, discutibili finché si vuole, ma dei dati di fatto. Solo il suo strapotere mediatico e politico fa sì che se ne possa dare una lettura differente. Perché la questione della volontà di candidare alle europee una torma di soubrettes era da tempo sulle pagine di tutti i giornali, compresi quelli ‘amici’ ed è stata confermata da alcune delle dirette interessate; perché se la frequentazione della ragazzina campana fosse stata solo un’innocente bagattella forse Veronica Lario non avrebbe mandato all’aria il proprio matrimonio; perché una condanna in primo grado per corruzione non è come una “partita di andata” in attesa del “ritorno” (Appello) ed eventualmente della “bella” (Cassazione); perché dalla scalinata dell’aereo di Stato sono scesi Apicella e compagnia e se il metodo Zappadu può essere discutibile il merito sembra davvero inequivocabile, esattamente come lo fu in occasione della trasferta al Gran Premio di Monza di Mastella, Rutelli and friends nel 2007. Su una cosa, invece, occorrerebbe riflettere un po’ di più. Le frequenti boutades del presidente del Consiglio sono spesso oggetto di una ingiustificata amplificazione, che bene si coglie confrontando le riprese audio-video e i resoconti sulla carta stampata. Non che si voglia con questo ridimensionare la gravità di dichiarazioni e atteggiamenti che poco o niente si addicono all’istituzione che rappresenta, ma è evidente in molti casi la sproporzione tra i fatti e la versione che ne viene fornita ad uso polemico. Se l’opposizione (democratica, in senso lato) vuole trovare argomenti seri per convincere il suo elettorato e possibilmente ampliarlo sarà bene che si concentri su elementi concreti, costruendo un programma coerente che magari non vada a pezzi una volta raggiunta faticosamente la plancia di comando. Altrimenti, urlare smodatamente contro le uscite estemporanee di un presidente 'originale' ma pur sempre democraticamente eletto servirà solo ad avvelenare il clima politico generale, alimentando un gioco delle parti che dura da troppi anni e di cui molti vorrebbero francamente disfarsi per entrare in una fase davvero nuova della storia italiana.

Alessandro Soddu

lunedì 15 giugno 2009

Società. Gioventù ingrata

Sul Sole24ore del 14 giugno scorso due articoli si rincorrevano in modo inconsapevole: sulla prima del Domenicale, in un profilo dedicato ad Andrea Zanzotto, lo stesso poeta veneto mette in luce la schizofrenia leghista nell’avversione agli immigrati e nel largo impiego degli stessi nell’industria per carenza di manodopera locale; a pagina 2 del Sole, invece, la cronaca degli interventi di Berlusconi e Sacconi al convegno dei giovani di Confindustria riproponeva, per bocca del ministro del Welfare, il vecchio refrain dei “bamboccioni”. Sacconi ha così evocato la «lentezza dei giovani», il loro «ritardo con l’appuntamento della maturità», sottolineando come spesso rifiutino lavori giudicati troppo umili (come imbianchino, operaio e commesso) «per restare intrappolati in corsi di laurea inutili» (citando tra questi Scienze delle comunicazioni). Insomma, una bella grigliata sociologica in salsa brunettiana che naturalmente non andava bene quando a proporla era l’odiato Padoa Schioppa e che ora offre invece una solida base culturale a Sacconi per sentenziare un «andate a lavorare!» che suona beffardo data la carenza di opportunità occupazionali. Qualcuno dovrebbe spiegare a Sacconi (chiaramente questo è solo un espediente retorico) che i principali responsabili della trasformazione dei cosiddetti giovani in mammole senza cervello dedite al culto del nulla stanno prevalentemente nella sua parte politica. D’altra parte, ai giovani non si può chiedere nient’altro che essere giovani. Un tempo c’era una speciale attenzione per l’educazione, non certo o non soltanto in chiave ideologica. Ma avendo contribuito a demolire scuola e università pubblica e rincretinire le famiglie con l’idolo del benessere facile, l’intera classe politica dovrebbe assumersi la responsabilità di porre le basi per un cambiamento radicale e non certo pretenderlo d’imperio dai giovani. Dopo averli trasformati in consumatori attivi (già dall’infanzia a dire il vero), indottrinati all’effimero e all’edonismo più scellerato, sottratti all’autorità genitoriale e scolastica, strumentalizzati politicamente in età adolescenziale e blanditi per accaparrarsene il favore elettorale, con quale faccia il ministro chicchessia può permettersi di svegliarsi improvvisamente e tuonare contro la presunta immaturità dei giovani o, peggio, contro il loro egoismo?

Alessandro Soddu

sabato 13 giugno 2009

Società. Digito ergo sum

Quante volte abbiamo sentito parlare di ‘era digitale’, intendendo con questa roboante definizione l’apice dello sviluppo tecnologico che avrebbe toccato il mondo, o, meglio il mondo cosiddetto occidentale, che però si serve di cervelli e manodopera di quello ‘orientale’ o ‘terzo’ o ‘in via di sviluppo’. Dettagli. L’era digitale è arrivata e ha cambiato già molte nostre abitudini. Ormai tutto è digitale. La musica è digitale. I documenti sono digitalizzati. Anche la carta igienica sarà forse sostituita dal digitale (il che sarebbe in realtà un inquietante ritorno all’antico). Ma il nuovo corso tecnologico dà il meglio di sé – almeno in Italia – quando si parla di digitale terrestre, che dopo una lunga fase di sperimentazione (guarda un po’) in Sardegna sarebbe pronto ad approdare nelle case di tutti gli italiani. Solo che c’è un piccolo problema. In genere quando si fanno gli esperimenti si giunge ad un risultato e se ne traggono le conseguenze. In questo caso l’esperimento è largamente fallito, tra ricezione difettosa, problemi di sintonizzazione, decoders bidone, telecomandi schizofrenici e complicazioni tecniche varie. Tutti elementi che avrebbero richiesto come minimo un ripensamento unito al risarcimento degli utenti (oltretutto canonizzati, ma non beati) prima di annunciare a colpi di spot l’estensione della nuova ‘piattaforma’ al resto della penisola. Come tutti hanno potuto constatare, la predetta piattaforma fa acqua da tutte le parti insieme alla tanto sbandierata moltiplicazione di canali, al 90% inguardabili, che ha avuto il solo effetto di dare un colpo mortale alle piccole emittenti che almeno contribuivano all’informazione locale (spesso anche di denuncia), dilatando a dismisura il potere mediatico dei due grandi poli televisivi, con quell’odioso condimento di canali criptati e tessere di ogni maniera buone solo a prosciugare le tasche dei poveri teledipendenti. È chiaro che non si può più tornare indietro, né attaccarsi a oltranza alla vecchia questione del satellite e del salvataggio di Rete4. Ma almeno ci risparmino i toni trionfalistici da pedagogia della morte intellettuale. Siamo già abbastanza stupidi da continuare a votare gli stessi avanzi di balera.

Alessandro Soddu

venerdì 12 giugno 2009

Società. Biografie dalla Televisione



Aldo Grasso, Storia della televisione, I-II, Milano, Garzanti, 1998,
II, Dizionario dei personaggi. Glossario dei termini tecnici e gergali





segnalato da Dies/Alessandro Soddu

mercoledì 10 giugno 2009

Società. Same old blues

L’inceneritore perpetuo del tempo brucia ogni cosa nel grande Immondezzaio Italia. Gloria e meschinità. Eroi e assassini. Santi e stupratori. Quando nelle settimane scorse è andato in scena il divorzio di fatto tra Berlusconi e signora, il giorno dopo il ferale annuncio un giornale ‘amico’ sbatteva in prima pagina un’immagine sexy di Veronica Lario, forse non operando in gaia autonomia e rispetto della privacy. E quando ancora il PdL non era che un’idea, Fini parlava delle «comiche finali» cui erano giunte le strategie politiche del centrodestra, dopo che il tg fintosatirico Striscia la notizia aveva messo allegramente a nudo la nuova vita privata del fondatore di An. Come nell’epilogo di Arancia meccanica sarebbe bello costringere gli autori dell’abbrutimento mediatico degli ultimi venti anni a guardare forzatamente per ore la porcheria televisiva propinata ai consumatori, liberi e canonizzati. Ma una voce di servizio dovrebbe avvisare gli utenti che la fiction è terminata, che la cronaca è diventata storia. Il fatto è che osservare la storia d’Italia dopo il 1989 provoca un ribrezzo che prelude alla depressione. È comprensibile che in tanti si siano innamorati del sogno berlusconiano, che abbiano voluto dare fiducia a qualcosa di presuntamente nuovo. Ma quando il “nuovo” dura quasi un quindicennio e puzza di naftalina vuol dire che qualcosa non funziona. Specie quando le cose diventano così chiare da potersici specchiare. Eppure, inseguire l’idea dipietrina del Processo liberatore non funziona, perché non si può processare il Potere. Più interessante (anche se tutto sommato poco originale), invece, dal punto di vista storico e antropologico, valutare il comportamento della pletora di consiglieri, ministri, deputati, e amici che, intellettualmente rilevanti e coscienti dei loro atti, hanno avallato finora tutto questo (il ‘risveglio’ di Paolo Guzzanti è in questo senso esemplare). Come non vedere che all’inizio della sua epopea politica Berlusconi non ha sdoganato la destra, ma ha piuttosto risvegliato antichi odi e contrapposizioni, ideologiche e sociali, inventando un pericolo comunista che non è mai stato tale? Il risultato è stato quello di portare tutti a ragionare in termini di vincenti e perdenti, superbia versus rancore, secondo un linguaggio veterocalcistico che si nutre di soddisfazioni primarie, di linguaggi e comportamenti da caserma in tempi di c.a.r. Tutto quello di cui non aveva bisogno uno Stato sfilacciato che vede ancora oggi un terzo del suo territorio in mano, diretta o indiretta, della criminalità organizzata. Ci siamo distratti, forse si dirà un giorno. Chi pensava che si dovesse riscrivere la storia non si è reso conto che quella stessa storia la stava (e sta) in qualche modo già riscrivendo. Per dire magari un domani come è potuto succedere? Quando invece sarebbe ora di dire cosa sta succedendo?

Alessandro Soddu

lunedì 8 giugno 2009

Politica. Sorry, what about Europe?

I seggi per il rinnovo del Parlamento europeo sono ormai chiusi. Si è votato.
La domanda è: si è votato per l'Europa?
Qualcuno potrebbe non avere esitazioni: certo che si è votato per l'Europa.
Io sono con quelli che non ne sono affatto convinti.
1) Cominciamo dalla campagna elettorale. A parte il gran polverone intorno all'ennesima "scivolata" del premier, il dibattito mi è sembrato riassumersi nel dilemma: Berlusconi o Franceschini, PDL o PD? Sembrava quasi che i seggi in palio fossero quelli della Camera e del Senato romani, non quelli di Strasburgo.
I due di cui sopra, entrambi illusi di poter rappresentare la totalità degli elettori di destra e di sinistra rispettivamente, se le sono date di santa ragione, proprio come se si dovesse eleggere il nuovo presidente del Consiglio dei ministri.
- Supererò il 40% dei consensi - l'uno; - Sono l'argine allo strapotere di Berlusconi - l'altro.
E l'Europa, chiedo scusa? Che ne è dell'Europa? Cosa volete fare in chiave europeista una volta che sarete a Strasburgo? Nessuno lo sa. Sorge il dubbio che non sia un tema importante per voi.
2) Ecco perché il numero di coloro che va a votare diminuisce sempre di più. Credo nell'Europa, l'Europa politica unita, l'Europa dei popoli; ma se mi accorgo che coloro che dovrebbero rappresentarmi non ci credono, perché dovrei esprimergli il mio consenso?
Se mi accorgo che la sola Europa a cui costoro tengono è quella della moneta e del mercato, degli interessi finanziari ed economici dei potenti gruppi di pressione, perché dovrei sentirmi partecipe?
Altro aspetto: se i Sardi sanno bene che non avranno un loro corregionale che possa concretamente rappresentarne interessi ed aspirazioni, in grande maggioranza non si recheranno a votare (ciò che è successo, per la gioia degli indipendentisti).
3) La destra mercatista e quella nazionalista-razzista continuano a fare proseliti un po' ovunque. Questo è un problema.
Non sono queste le forze su cui si possa fare affidamento per la costruzione dell'Europa federale dei popoli.

Francesco Obinu

domenica 7 giugno 2009

Politica. Europee. Cosa faccio, voto oppure no?

Ci risiamo: le elezioni. Dubbi di varia natura mi affliggono: amletico-democratici (essere o non essere una buona cittadina?); atletici (ho davvero voglia di abbandonare il divano per andare al seggio?); climatici (se uscisse il sole andrei al mare tutto il giorno, se piovesse prima voterei e poi andrei al cinema).
Ragioniamo: tutti i miei ultimi voti sono stati vanificati da una maggioranza politica alla quale evidentemente non appartengo. Ci sono: potrei andare a votare solo per vedere se le cose sono cambiate! Magari mi ritrovo, damblee, in maggioranza! Però, nella sostanza, non cambierebbe niente: il presidente della regione sarebbe sempre Cappellacci, quello del consiglio dei ministri sempre Berlusconi, le province sarde sarebbero sempre 8, la procreazione assistita non verrebbe comunque garantita, ecc.
Dopo le riflessioni superficiali e domenicali da cittadina passiva, quelle che – come sostiene John Stuart Mill nel suo “Considerazioni sulla democrazia rappresentativa” – i governanti auspicano ad ogni consultazione elettorale, propongo una lettura agli indecisi, a quelli che alimentano l’apatia elettorale sentendosi “liberi” nell’astensione.


La libertà (1972)
di
Giorgio Gaber


Vorrei essere libero, libero come un uomo.
Vorrei essere libero come un uomo.

Come un uomo appena nato che ha di fronte solamente la natura
e cammina dentro un bosco con la gioia di inseguire un’avventura,
sempre libero e vitale, fa l’amore come fosse un animale,
incosciente come un uomo compiaciuto della propria libertà.

La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche il volo di un moscone,
la libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione.

Vorrei essere libero, libero come un uomo.
Come un uomo che ha bisogno di spaziare con la propria fantasia
e che trova questo spazio solamente nella sua democrazia,
che ha il diritto di votare e che passa la sua vita a delegare
e nel farsi comandare ha trovato la sua nuova libertà.

La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche avere un’opinione,
la libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione.

La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche il volo di un moscone,
la libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione.

Vorrei essere libero, libero come un uomo.
Come l’uomo più evoluto che si innalza con la propria intelligenza
e che sfida la natura con la forza incontrastata della scienza,
con addosso l’entusiasmo di spaziare senza limiti nel cosmo
e convinto che la forza del pensiero sia la sola libertà.

La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche un gesto o un’invenzione,
la libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione.

La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche il volo di un moscone,
la libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione

Denise Pisanu