
La vita sociale, politica ed economica della Sardegna ha compiuto, a partire dal secondo Dopoguerra, un innegabile e per certi aspetti meraviglioso salto di qualità. Tuttavia è evidente il gap che separa ancora l’isola non solo dall’Europa, ma anche dalla maggior parte delle regioni italiane.
Isolamento e separatezza, spesso nostro orgoglio e vanto, non sono pure opinioni, ma dati di fatto geografici, con conseguenze inevitabili che hanno avuto e hanno tuttora riverberi pesanti in termini di qualità della vita in un’isola che manca di infrastrutture e risorse sufficienti a superare il solco che la divide dal resto del contesto europeo.
Una mancanza non solo e non tanto di strade, ferrovie, porti, aeroporti, industrie - che pure sono indispensabili e dei quali si sente tanto più la mancanza quando la recessione aggredisce con maggior forza proprio le realtà più deboli, come accade in questi mesi - quanto di risorse culturali adeguate. Con “risorse culturali” non mi riferisco a Nuraghi, seadas, “vellutini” o altri “pezzi forti” dell’immaginario (o immaginetta) culturale collettivo di “popolo sardo”, ma alle teste dei nostri figli, dei nostri studenti: l’ultimo rapporto OCSE-PISA evidenzia una situazione drammatica della Sardegna, dove il 37% dei nostri quindicenni non raggiunge il cosiddetto livello 2; il che, tradotto in Italiano significa: non sa leggere. Nelle scienze le cose non vanno meglio: il 35% è insufficiente.
Tale situazione non è giustificabile solo con il pur evidente degrado della scuola italiana: la media nazionale infatti si attesta al 26% e solo la Sicilia sta peggio, con il 40% di studenti praticamente analfabeti - nelle Scienze anche la Campania fa peggio di noi.
Se poi facciamo un confronto europeo, allora ecco l’abisso: la media UE è del 20%, cioè la metà del dato sardo.
Se si considera il fatto che il PIL sardo è del 22% circa inferiore a quello della media UE25, viene naturale una riflessione che il buon senso suggerisce al di là dei numeri: vi è una diretta relazione tra il livello di istruzione degli abitanti e la quantità di ricchezza che gli stessi possono produrre e della quale possono godere. È vero che in Italia la qualità e il merito, frutto dell’istruzione, non sempre sono gli strumenti principali per il raggiungimento di risultati personali soddisfacenti, ma ciò non è valido a livello di sistema, il quale comunque subisce da tale mancanza di attenzione ai meriti delle conseguenze delle quali bisognerà prima o poi tenere conto.
Pertanto, uno dei cardini sui quali si dovrà sviluppare una politica seriamente riformista in Sardegna dovrà essere costituito dalla battaglia per l’istruzione. Partendo dalla già importante esperienza fatta nell’ultimo quinquennio di governo regionale da parte del centro-sinistra, è necessario costruire un piano d’intervento didattico di supporto e di completamento al sistema scolastico pubblico, volto a colmare il deficit di preparazione dei nostri ragazzi; tanto più in un contesto nel quale da un lato lo Stato fatica sempre più a trovare risorse sufficienti per mantenere su un livello accettabile la struttura educativa nazionale mentre dall’altro il nuovo ordinamento, cosiddetto federalista, che si va costruendo, pur con tutti i suoi difetti, consente ed anzi impone alle singole Regioni di farsi carico di responsabilità importanti anche nel campo dell’istruzione.
È necessario intervenire sin dalla scuola dell’infanzia e della primaria, per poi proseguire nei livelli successivi di istruzione, possibilmente superando l’attuale quota di intervento volta al 20% della popolazione scolastica (quella considerata a rischio abbandono) per rivolgersi concretamente al recupero delle competenze minime per quel 37% di analfabeti cui si accennava. Non solo, è opportuno predisporre piani strategici di potenziamento dell’istruzione per i più meritevoli, così da formare un’eccellenza in grado di competere a livello di capacità con le realtà più dinamiche a livello europeo, prevedendo già alle medie inferiori e superiori la possibilità di studiare all’estero per uno o più anni. Solo così le specificità degli studenti sardi potranno divenire veri punti di forza multiculturale e multistrato e non presunzione dal sapore provinciale o addirittura folklore.
Mauro Sanna

