sabato 31 gennaio 2009

Società. A scuola di giornanismo

Un fantasma si aggira per l’Italia, da molto tempo. Quello della superficialità, del cinismo e della prurigine. Ma non è un fantasma tradizionale, perché è più facile immaginarselo in carne e ossa (più carne che ossa), con un filo di bava che cola ai lati della bocca, pronto a cogliere l’odore della violenza e il suo gusto maledetto. La violenza dell’immagine, del gesto e della parola, la potenzialità che diventa potenza e prepotenza, come la quarta una sesta, per venire a urlarti a un millimetro dal naso che devi eccitarti, devi stare costantemente attento a ciò che vedi e senti, senza neanche sforzare troppo la fantasia; fremere sulla poltrona davanti alla tv in attesa di misurarti con l’interattività, con l’opportunità di scegliere: dentro o fuori, vivere o morire. Oppure morire di rabbia e di dolore per la dignità umana violentata dalla bestialità di giovani uomini senza senso, che applicano nella realtà quello che la finzione politico-televisiva suggerisce porgendolo come un vassoio da supplizio tantalico. Ma non è colpa della televisione, non è colpa del benessere occidentale e delle sue illusioni, non è colpa del governo di centrodestra o di quello di centrosinistra. Qualcuno però dovrà pur avercela la colpa, e magari pagare una volta per tutte. Possiamo anche scegliere di non sapere, se è questo il prezzo per non dover provare quotidianamente un senso di nausea di fronte al racconto della realtà e al reality della finzione. È triste vedere grandi e piccole firme del giornalismo indugiare sui particolari più intimi e raccapriccianti della cronaca dei mille stupri, svelando l’osceno meccanismo psicologico per il quale l’orrore si mescola al desiderio di partecipare al banchetto, la consuetudine voyeuristica di osservare da vicino la mattanza al timore di rimanere coinvolti in un incubo analogo. Le pulsioni animali non sono certo una novità di questo secolo e fino a prova contraria garantiranno ancora per un po’ il futuro della specie. Ma l’abisso di immoralità o, peggio, il cinico compiacimento per questa società malata, è lo specchio del fallimento politico e civile di quest’ultimo trentennio italiano. L’highway to hell non passa necessariamente per la Salerno-Reggio Calabria.
Alessandro Soddu

martedì 27 gennaio 2009

Satira. Cappellaccio & Toupet


La data fatidica si sta avvicinando. Fra non molto i Sardi scieglieranno il nuovo presidente della Regione, anzi, il “Governatore”, come ormai da qualche tempo si usa dire.
Questa campagna elettorale ha molto di surreale, ben più di quanto normalmente una campagna elettorale offra da questo punto di vista. Il presidente uscente si ripresenta come candidato di un partito che, in buona parte dei suoi aderenti, lo detesta con tutto il cuore, e di una coalizione che in campo nazionale non esiste più da un bel pezzo.
Poi ci sono loro, l’ineffabile duo: Cappellaccio e Toupet.
Il candidato governatore è il primo, ma la campagna elettorale la fa il secondo. Cappellaccio, del resto, si è ritrovato lì, quasi a sua insaputa, perché lo ha “scelto” Toupet: il centrodestra isolano aveva in mente altri nomi, ben più autorevoli, per la corsa presidenziale, con ciascuno dei quali avrebbe avuto praticamente in tasca la vittoria.
Ma a Toupet non piacciono le cose facili (e soprattutto non gli piace che altri lo affianchino nel prendere le decisioni), così ha puntato sulla sorpresona; d’altra parte come avrebbe potuto, sennò, presentarsi ad una delle ultime uscite con la notizia sensazionale: gli ultimi sondaggi danno Cappellaccio avanti di quattro punti!
Al comizio Cappellaccio sta un passo indietro. Un passo più avanti e trenta centimetri più in basso, Toupet ha già cominciato a torturare i microfoni: ora li piega in avanti, ora all’indietro, verso destra, verso l’alto, verso il basso, verso sinistra, ora li avvicina fra loro, ora li divarica…
Cappellaccio ha un compito fondamentale: deve dire buonasera quando arriva sul palco e, addirittura, buonasera e buon voto quando se ne va.
Al resto pensa Toupet. Il suo esordio è ormai un numero di consolidata affidabilità e successo, con il gran sorriso “no limits” e le pirotecniche frasi di saluto, accompagnate magari immediatamente da battute più o meno spiritose e dalla classica, imperdibile barzelletta di suo conio. Sembra uno di quegli aggeggi che saltano fuori dalle “magic box” quando sollevi il coperchio: boooing!, “Ciao a tutti! Sono molto simpatico e amo la Sardegna!”.
Per rimetterlo nella scatola ci vuole un bel po’ di tempo, perché presto si ricorda di amare più se stesso, “self-made-man” e “show-man”, che la Sardegna o qualunque altra cosa. Infine si accommiata dalla folla adorante e spinge davanti a sé Cappellaccio, che chiude col suo pezzo di bravura. Cala il sipario, si spengono le luci.
Come recita lo slogan del presidente uscente…? Ah sì: meglio la Sardegna!

Francesco Obinu

domenica 25 gennaio 2009

Incredibile!

Pare che esistano individui che riescono ad associare il nome “Obama” alla politica!

Dopo mesi di delirio mistico in cui l’intera umanità si è occupata delle abitudini sociali, sportive, alimentari, familiari, sessuali e religiose del nuovo – anzi, nuovissimo – presidente degli Stati Uniti, alcuni scienziati dichiarano di aver avuto a che fare con soggetti capaci di formulare frasi sensate e pure di una certa rilevanza politica intorno a mister Barack.

Sarà vero? Attendiamo news.

Denise Pisanu