Nell’immaginario collettivo, quando si parla di Carta (con la “c” maiuscola) si pensa a qualcosa di particolarmente autorevole; un documento “ufficiale”, una disposizione proveniente dall’alto, verso cui guardare con la massima deferenza, anche nella semitotale ignoranza del contenuto del testo (o forse proprio per questo). Parlare di Carta evoca poi scenari lontani, indefinitamente medievali, che portano dritti alla Magna Charta, la Carta per eccellenza. Poco importa che dalla polvere dei ricordi scolastici e universitari non ne riaffiorino nitidi i contorni storici, ossia la concessione nel 1215 di ampie libertà da parte del sovrano inglese nei confronti della Chiesa e dei baroni, per quanto il peso politico tra concedente e concessionari fosse nella realtà completamente invertito. In chiave nazionale e contemporanea il riferimento va invece, più o meno spontaneamente, alla Carta Costituzionale, la cui genesi poggia però non su una concessione, vera o fittizia, ma sulla codificazione condivisa tra le parti politiche risorte dopo la fine del fascismo di una serie di norme che definissero un nuovo modo di vivere democratico e civile. Un avvenimento epocale non solo perché agganciato a una trasformazione istituzionale - il passaggio dalla monarchia alla repubblica - che aveva segnato la definitiva uscita da un retaggio medievale, ma perché frutto dello straordinario e coeso sforzo di uomini che portavano sulle spalle la responsabilità di far ripartire uno stato ed un popolo che aveva conosciuto e in buona parte determinato una delle peggiore pagine della storia dell’umanità. Saverio Lodato e Roberto Scarpinato nel loro corposo volume dal titolo Il ritorno del Principe spiegano tutto questo molto bene, rivelando il carattere eccezionale e il valore etico della Costituzione italiana ben oltre qualsiasi lettura di carattere storico o ideologico. Perciò è triste vedere da circa un decennio gli avvoltoi di una mediocre classe politica accanirsi senza pudore su quella che solo in modo protocollare viene definita la pietra fondante dello Stato, su cui giurare la propria fedeltà una volta assunti incarichi di governo. Salvo poi pretenderne una riforma sostanziale se non la totale riscrittura nel nome di ideali perlomeno discutibili, o apostrofarla come “sovietica” perché presuntamente intrisa di valori socialisti/stalinisti che avrebbero preconizzato l’arrivo dei carri armati russi, disonorando così la memoria di chi ha espresso in quell’atto politico e giuridico il miglior servizio al bene pubblico che uno Stato allora in frantumi potesse soltanto immaginare. Vero è che riforme parziali della Costituzione vi sono state, sia da parte di governi di centrosinistra che di centrodestra. Ma in attesa di una seria e condivisa riflessione sui possibili e opportuni aggiornamenti della Carta, - che non possono che contemplare il passato (anche lontano), il presente e, soprattutto, il futuro - la sistematica violazione negli ultimi tempi dei principi che la informano sta di fatto svuotando la parola “incostituzionalità” della gravità che le è o dovrebbe esserle propria. È un meccanismo subdolo, che attraverso una martellante propaganda sull’immobilismo legislativo e sulla necessità e urgenza del fare, mira a delegittimare l’ultimo baluardo di democrazia, tanto forte e, in teoria, intoccabile perché non identificato in una persona fisica. Paradossalmente, l’involuzione culturale dei tempi attuali e l’ansia di prevaricare ogni forma di contrappeso democratico pretende di “ammodernare” un testo che nella garanzia delle libertà individuali e della giustizia sociale rivela invece una innegabile attualità, a patto che la sua lettura avvenga nel corretto contesto storico di riferimento, che non può e non deve essere travisato neanche per necessità propagandistiche. Ma la folle corsa verso un perfetto e “utile” bipartitismo, o forse verso il partito unico, sembra prospettare un nuovo tributo all’irrazionalità che fa rima con libertà solo per questioni di audience. La memoria non inganna, semplicemente non esiste.
Alessandro Soddu
Alessandro Soddu