lunedì 30 marzo 2009

Politica. Charta non olet

Nell’immaginario collettivo, quando si parla di Carta (con la “c” maiuscola) si pensa a qualcosa di particolarmente autorevole; un documento “ufficiale”, una disposizione proveniente dall’alto, verso cui guardare con la massima deferenza, anche nella semitotale ignoranza del contenuto del testo (o forse proprio per questo). Parlare di Carta evoca poi scenari lontani, indefinitamente medievali, che portano dritti alla Magna Charta, la Carta per eccellenza. Poco importa che dalla polvere dei ricordi scolastici e universitari non ne riaffiorino nitidi i contorni storici, ossia la concessione nel 1215 di ampie libertà da parte del sovrano inglese nei confronti della Chiesa e dei baroni, per quanto il peso politico tra concedente e concessionari fosse nella realtà completamente invertito. In chiave nazionale e contemporanea il riferimento va invece, più o meno spontaneamente, alla Carta Costituzionale, la cui genesi poggia però non su una concessione, vera o fittizia, ma sulla codificazione condivisa tra le parti politiche risorte dopo la fine del fascismo di una serie di norme che definissero un nuovo modo di vivere democratico e civile. Un avvenimento epocale non solo perché agganciato a una trasformazione istituzionale - il passaggio dalla monarchia alla repubblica - che aveva segnato la definitiva uscita da un retaggio medievale, ma perché frutto dello straordinario e coeso sforzo di uomini che portavano sulle spalle la responsabilità di far ripartire uno stato ed un popolo che aveva conosciuto e in buona parte determinato una delle peggiore pagine della storia dell’umanità. Saverio Lodato e Roberto Scarpinato nel loro corposo volume dal titolo Il ritorno del Principe spiegano tutto questo molto bene, rivelando il carattere eccezionale e il valore etico della Costituzione italiana ben oltre qualsiasi lettura di carattere storico o ideologico. Perciò è triste vedere da circa un decennio gli avvoltoi di una mediocre classe politica accanirsi senza pudore su quella che solo in modo protocollare viene definita la pietra fondante dello Stato, su cui giurare la propria fedeltà una volta assunti incarichi di governo. Salvo poi pretenderne una riforma sostanziale se non la totale riscrittura nel nome di ideali perlomeno discutibili, o apostrofarla come “sovietica” perché presuntamente intrisa di valori socialisti/stalinisti che avrebbero preconizzato l’arrivo dei carri armati russi, disonorando così la memoria di chi ha espresso in quell’atto politico e giuridico il miglior servizio al bene pubblico che uno Stato allora in frantumi potesse soltanto immaginare. Vero è che riforme parziali della Costituzione vi sono state, sia da parte di governi di centrosinistra che di centrodestra. Ma in attesa di una seria e condivisa riflessione sui possibili e opportuni aggiornamenti della Carta, - che non possono che contemplare il passato (anche lontano), il presente e, soprattutto, il futuro - la sistematica violazione negli ultimi tempi dei principi che la informano sta di fatto svuotando la parola “incostituzionalità” della gravità che le è o dovrebbe esserle propria. È un meccanismo subdolo, che attraverso una martellante propaganda sull’immobilismo legislativo e sulla necessità e urgenza del fare, mira a delegittimare l’ultimo baluardo di democrazia, tanto forte e, in teoria, intoccabile perché non identificato in una persona fisica. Paradossalmente, l’involuzione culturale dei tempi attuali e l’ansia di prevaricare ogni forma di contrappeso democratico pretende di “ammodernare” un testo che nella garanzia delle libertà individuali e della giustizia sociale rivela invece una innegabile attualità, a patto che la sua lettura avvenga nel corretto contesto storico di riferimento, che non può e non deve essere travisato neanche per necessità propagandistiche. Ma la folle corsa verso un perfetto e “utile” bipartitismo, o forse verso il partito unico, sembra prospettare un nuovo tributo all’irrazionalità che fa rima con libertà solo per questioni di audience. La memoria non inganna, semplicemente non esiste.

Alessandro Soddu

lunedì 23 marzo 2009

Politica. All’attenzione dell’on. Doppietta


Caro onorevole,
non le nascondo la mia soddisfazione per la sua mancata elezione alla presidenza del Consiglio regionale sardo.
La signora Lombardo mi sembra persona rispettabile, ma chiunque altro (o quasi) avrebbe ricoperto quella carica più degnamente di lei, onorevole.
Lei conosce, o dovrebbe conoscere, i gravi problemi che affliggono la Sardegna. Sa, o dovrebbe sapere, delle migliaia di persone che stanno perdendo il posto di lavoro; delle centinaia di famiglie che dovranno cominciare a contare le monetine in lega di rame per sapere se, una certa settimana, potranno comprare il latte tutti i giorni oppure un giorno sì e un altro no; delle migliaia di persone che, probabilmente, un vero lavoro non lo avranno mai.
Si deve dare per scontato che chi si candida a presiedere l’Assemblea regionale - e comunque a farne parte - conosca in profondità i problemi stringenti dei suoi corregionali. Allora perché quel programma elettorale?
Perché il suo programma elettorale, onorevole, è fatto di brevi e banalissimi punti, il cui contenuto si potrebbe ricavare da qualunque "bignami" del bravo politico provetto?
Perché, poi, non mette in primo piano la necessità di affrontare i problemi veri della Sardegna? Perché dà la precedenza, e grande risalto, alla sua proposta di legge - che diventerà legge, naturalmente - per una nuova regolamentazione della… caccia!?! Ritiene davvero che la salvaguardia della vostra "meravigliosa attività", qualunque limitazione abbia subìto dal cattivissimo orco Soru, stia in cima alle emergenze di questa regione?
Lei pensa di esser degno di sedere sullo scranno più alto delle istituzioni regionali, intendendo la politica come un’opportunità di sviluppo degl’interessi particolari?
Caro onorevole, delle due una: o lei vuol fare politica per interesse privato perché è gretto, o lei è un marziano e dunque non sa che fare politica per interesse privato, qui sulla Terra, è un delitto morale (e in certi casi, quando si mettono le dita nella marmellata, anche penale).
Siccome non credo che lei sia un marziano, devo concludere che lei voglia grettamente fare politica per interesse privato. Non per ficcare le dita nella marmellata, magari, ma per garantirsi un futuro comodo e ben pagato.
Chi presenta ai cittadini un programma politico come il suo, infatti, dimostra immediatamente cos’abbia di mira: la volontà di lavorare alla soluzione dei problemi (che nemmeno vede), forse? No, la volontà di costruire o consolidare un’ampia base elettorale che garantisca, nell’immediato e in futuro, un succoso seggio istituzionale. E quante “doppiette” ci sono (troppe), su quest’isola grande e semi-spopolata! Quante schioppettate a salutare il suo immeritato successo e a garantirle il futuro balzo dalla Regione al Parlamento!
Caro onorevole, lei è abbastanza giovane, eppure incarna alla perfezione, come tanti vecchi della “Prima Repubblica”, il tipo del politico utilissimo a sé stesso e ai suoi clientes, ma del tutto inutile e anche dannoso alla comunità dei cittadini.
Sardi, Italiani: sveglia!! Finché si darà credito a persone come l’onorevole Doppietta, il nostro sistema politico continuerà a trascinarsi dietro la pesante zavorra che frena o annulla gli sforzi riformatori e progressisti, che le forze sane e oneste provano a produrre nell’interesse di tutti.

Francesco Obinu

giovedì 12 marzo 2009

Libri. Il male dentro, il male fuori

L’anoressia come malattia psicosomatica, legata alle condizioni sociali e culturali che mutano nel tempo, è il tema del libro di Walter Vandereycken e Ron van Deth, Dalle sante ascetiche alle ragazze anoressiche (Raffaello Cortina Editore, Milano 1995).
Gli autori partono da due osservazioni fondamentali: intanto che – a dispetto del termine “anoressia”, che indica “mancanza” di appettito –, le anoressiche non mancano di appetito, ma lo sopprimono, per cui la loro malattia è precisamente una “inedia autoindotta”; poi che l’anoressia ha una connotazione di “sindrome culturale”, giacché si è osservato che essa è legata specialmente ad ambienti e società con elevato tenore di vita, tanto da essere quasi esclusivamente una malattia della donna occidentale.
Sopprimere l’appetito non ha lo stesso significato di rinunciare al cibo. La “rinuncia” al cibo ha motivazioni non patologiche ed è una scelta temporanea dell’individuo, perché subordinata al raggiungimento di un obiettivo: nelle società primitive e in età medievale si praticava il digiuno per fini di ordine religioso (purificazione, preparazione rituale, penitenza); i cosiddetti “artisti della fame” (molto in voga nell’ultimo ventennio dell’800) digiunavano per dare spettacolo, mostravano la loro capacità di resistere alla fame per guadagnarsi da vivere; lo sciopero della fame è finalizzato al conseguimento di un obiettivo politico o sociale.
L’“inedia autoindotta”, invece, ha origine da una disfunzione del sistema nervoso, per cui la paziente insegue ad oltranza un “obiettivo” – il dimagrimento – che pensa di non riuscire mai a raggiungere.
Nel 1689 il medico inglese Richard Morton fu il primo ad intuire un collegamento tra il digiuno ostinato e una causa nervosa, ma allora la medicina era troppo lontana dalla comprensione anche parziale dei mali psichici, ed era perciò portata a prendere in considerazione il soprannaturale per spiegarli: il miracolo, l’intervento divino, l’influenza demoniaca o di una strega.
E qui il discorso d’ordine medico si fonde e si confonde con quello d’ordine sociologico, i confini delle due realtà d’indagine si sovrappongono e conferiscono all’anoressia un volto ancora più subdolo e terribile.
La difficoltà di riconoscere e spiegare le malattie di origine nervosa era complicata, infatti, dalla fortissima influenza dell’autorità religiosa sulla società d’età medievale e moderna. Fin dal XII secolo molte donne praticavano il digiuno per raggiungere lo stato mistico: erano le cosiddette “sante digiunatrici”. La Chiesa le approvava, purché interrompessero regolarmente il digiuno, come faceva, ad esempio, Caterina da Siena; altrimenti erano considerate possedute dal demonio con la complicità terrena delle streghe, oppure streghe esse stesse, e dovevano subire un processo davanti ad un tribunale della Santa Inquisizione.
Invece (per noi è facile ipotizzarlo) erano soltanto donne malate e bisognose di cure, che nessuno, complice il clima socio-culturale di quei tempi, riconosceva come tali. Lo attestano anche i casi di digiunatrici che si abbandonavano improvvisamente ad eccessi alimentari, un altro comportamento allora imputato all’influenza del diavolo, ma che oggi riconosciamo come “bulimia nervosa”, l’altra faccia dell’anoressia.
La condizione d’inferiorità e sottovalutazione in cui era tenuta la donna, poi, rendeva ancora più difficile l’esistenza delle sfortunate malate. La Chiesa sosteneva che le streghe fossero capaci di volare, perché di costituzione leggera; come fare, dunque, a dimostrare che una donna accusata di essere una strega, lo fosse effettivamente? Semplice: veniva pesata e se il suo peso risultava inferiore al normale rispetto all’altezza, la poveretta finiva davanti all’Inquisizione.
Ma questo non era ancora il peggio. Siccome molte volte le accusate risultavano di peso normale, gli inquisitori – che volevano ad ogni costo una colpevole, in nome dell’infallibilità della Chiesa - non esitavano a truccare le bilance…
Il riconoscimento ufficiale della malattia arrivò nel 1873, quando Charles Laségue pubblicò l’articolo De l’anorexie hystérique: la giovane età delle donne (15-20 anni), il deperimento per insufficiente alimentazione, l’assenza delle mestruazioni, l’iperattività, l’inconsapevolezza della malattia e il conseguente rifiuto delle cure disegnavano finalmente la carta d’identità dell’anoressia.
Poi gli studi psico-sociologici hanno affiancato quelli medici, legando l’abnorme diffusione dell’anoressia, a cavallo tra ‘800 e ‘900, alle particolari condizioni esistenziali della donna nella famiglia e nella società borghese d’età vittoriana.
La donna era “predestinata” per natura alla maternità e alla vita domestica. Questo ruolo “naturale” implicava sia la repressione della sessualità femminile, sia la “professionalizzazione” dell’impegno materno. Quindi la donna doveva sposarsi nel più breve tempo possibile dopo la comparsa del menarca, perché la sua sessualità poteva esprimersi soltanto in chiave matrimoniale-riproduttiva; e la sua unica professione doveva essere quella di madre-moglie, dunque non poteva svolgere un lavoro fuori di casa, né un’attività sportiva.
Intanto però il nascente movimento femminista, mirando tra l’altro alla “liberazione sessuale” della donna, aggrediva la “doppia morale” della società vittoriana: il sacrificio del piacere sessuale ai dogmi della decenza, dell’autocontrollo, del matrimonio senza passione carnale, valeva teoricamente per la donna e per l’uomo… ma in realtà all’uomo si concedeva il “segreto” sfogo delle case di appuntamento.
La donna, fattasi più consapevole di sé, reagì con il perseguimento di un nuovo canone estetico, che rifiutava le forme prosperose, cioè i simboli di fertilità e maternità. Contemporaneamente, la sua crescente autostima e la volontà di autodeterminazione urtavano drammaticamente contro la perdurante condizione familiare e sociale di costrizione e subordinazione: la sofferenza psico-fisica provocò l’aumento dei casi delle malattie di origine nervosa, compresa l’anoressia.
Ineguaglianza, ignoranza, superstizione sono piaghe dolorose e difficili da guarire, pronte a riemergere in modo insospettabile.
Lo testimoniano casi di estrema drammaticità, accaduti in tempi a noi vicini. Come quello di Anneliese Michel, l’adolescente bavarese morta di fame nel 1976: i suoi genitori decisero di non seguire le prescrizioni mediche e di rivolgersi a due esorcisti, le cui pratiche (ovviamente) non ebbero effetto. La morte assurda di Anneliese dimostra che, nella civilissima ed evoluta Europa del secondo ‘900, la credulità popolare poteva persistere ancora in forme talmente estreme da collegare all’opera demoniaca una malattia ormai ben nota come l’anoressia.

Francesco Obinu

Controcalcio. Gli Dèi falsi e bugiardi

Gli ultimi anni di grigia competizione calcistica hanno regalato agli addetti ai lavori (e non solo) un nuovo, curioso, fenomeno antropologico. La conversione dello juventino medio (comoda condizione maturata nell'infanzia inconsapevole) in anti-interista (vocazione scoperta in età adulta, postmoggiana). Così all’amarezza per l’eliminazione dalla Champions (l’ennesima, soprattutto in rapporto al cospicuo numero di partecipazioni) i tifosi bianconeri possono contrapporre il godimento per la canonica uscita di scena dell’Inter. Stavolta, a dire il vero, meno squallida del solito e tuttavia più bruciante, perché maturata in modo beffardo, per quanto comunque meritata. Dopo una pietosa andata a Milano miracolosamente finita zero a zero, nella partita di ritorno a Manchester sono intervenuti in favore degli inglesi gli Dèi del calcio, quelli cioè che sovrintendono ai pali e alle traverse. Si tratta - per capirci – di quell'elemento capace di rendere le partite "stregate": per il Brasile dell'82 Paolo Rossi che mette dentro ogni pallone (i tre toccati in tutta la partita), per l'Italia del '94 Roberto Baggio che calcia il rigore decisivo alle olive, ecc. ecc. L'Inter ha giocato a Manchester una buona partita e un grande primo tempo, meritando almeno di pareggiare. Cosa che avrebbe consentito, per il calcolo dei gol in trasferta, di passare il turno. Come tante volte è successo al "grande" Milan e alla Juve in passato. Così non è stato. Globalmente, quest’anno l'Inter ha giocato la Champions in modo inguardabile, per cui, facendo un ragionamento complessivo, è giusto che sia andata così. Peccato però che nel calcio, e non solo nel calcio, contino anche gli episodi e la fortuna. E si sa che per fronteggiare gli eventi negativi è necessario prevenirli, organizzandosi con metodo: quando si ha la possibilità di farlo e si fallisce per manifesta incapacità non ci sono attenuanti. Per questo il simpatico Mourinho rischia di finire in un mare di guai (si fa per dire), tra le risate diaboliche di chi aspetta solo sulla prima pagina della “Gazzetta” di maggio un titolo a caratteri cubitali: «Zero titoli!».
Alessandro Soddu