lunedì 23 febbraio 2009

Satira. Meschineddos


1. Sardegna, potenza mondiale. Il centrodestra ha vinto le regionali sarde e in tanti, dall'altra parte, invitano a non drammatizzare. Sono d’accordo: il neo eletto presidente, sulla scorta del suo nume ispiratore, ha promesso in campagna elettorale decine di migliaia di posti di lavoro (tiro a indovinare… nel settore costruzioni?); e se ciò non dovesse bastare, ne sono certo, non esiterà a far valere la sua irresistibile personalità presso il capo del governo, affinché quello vari anche per la Sardegna un “piano marshall” (quando non ha nulla di sensato da dire – cosa che gli capita spesso – Toupet usa l’asso del “piano marshall”).
Possiamo stare tranquilli, dunque: nel prossimo quinquennio l’isola – come la Germania di Adenauer, l’Italia di De Gasperi, il Giappone atomizzato di fresco e la Corea, parte sud – conoscerà uno sviluppo economico travolgente. Nel frattempo occorre notare che i sardisti, risparmiati dall’“australiana” ma contagiati dall’“inguaribile ottimismo” di coloro che sorridono sempre, hanno definitivamente rinunciato al ruolo di forza identitaria e autonomista (povero Lussu!), e che i sardi hanno deposto sa berritta per mettere su un cappellaccio.

2. Da Bossi a Bricolo. Se lo smarrimento identitario affligge i sardisti, lo stesso non accade agli uomini della Lega Nord. Le illuminanti idee di Bossi, Borghezio e Calderoli sono ormai patrimonio dell’Italia repubblicana.
Come dimenticare la tripartizione geo-politica proposta dall’Elettricista, quando ancora la malattia non aveva offeso il suo potente cervello, per rilanciare l’economia italiana attraverso compartimenti a circuito chiuso? “Padania”, a riunire le regioni settentrionali, “Etruria”, in luogo di quelle centrali, e… E qui ci deluse forse per l’unica volta; per le regioni meridionali ci aspettavamo qualcosa del tipo “Magna Grecia”, invece egli sentenziò: “Sud” (sic!). Le sue intuizioni erano troppo avanzate per il restante ceto politico, che non ne capì la grandezza e le lasciò cadere.
Calderoli non è stato meno grande come ideatore di una lucidissima legge elettorale, che ancora oggi fa la sua… “porca” figura e anche Borghezio ha dato tanto all’Italia, che ha degnamente e nobilmente rappresentato al parlamento di Strasburgo, dove si dimenava come un ossesso al grido di “Padania libera!”; celebri, poi, le sue ragionate riflessioni sugli imam di m * * * a e sui migranti del c * * * o: per queste e altre civili prese di posizione fu ingiustamente malmenato su un treno da un gruppo di inqualificabili delinquenti, mentre egli – uomo mite – pensava alle gorgheggianti sorgenti del Po e alle verdi valli della sua patria celtica, ansioso di raggiungere gli gnometti Loacker e la tenera mucca Milka.
Per fortuna l’opera di questi Grandi non sarà interrotta: Cota, Bricolo e altri promettenti giovani, seguendo il ministro saxofonista, parlano con trasporto di ronde, tassa sull’immigrazione, prolungamento dei tempi di detenzione per i clandestini… Sono pronti a raccogliere l’eredità! I ragazzi della nuova leva leghista sanno anche esprimersi in un discreto italiano, e questo è forse l’unico loro difetto rispetto ai maiores.

3. PD (Post Decessionem). Il segretario Walter è (politicamente) morto. Il fatto in sé non è particolarmente grave (anzi…), però sono sbagliati i tempi. Il segretario Walter doveva dimettersi subito dopo la catastrofica sconfitta elettorale dell’aprile 2008, una sconfitta arrivata unicamente per colpa sua, visto che presentò ai cittadini un partito ridicolo, senza una precisa fisionomia, con tanti fumosi “ma anche” e nessuna argomentazione univoca e certa: invece allora rimase al suo posto, convinto anzi di avere fatto del bene al Paese, avendo egli “semplificato il quadro politico-partitico a sinistra” (come ha ricordato con enfasi il traghettatore Franceschini: roba da applausi a scena aperta!).
Poi Renato Soru perde le elezioni regionali in Sardegna e il segretario Walter si dimette. Certo, non deve avergli fatto molto piacere constatare l’avversione di tanti esponenti del PD sardo per il suo cavallo di battaglia nell’isola; tuttavia, in questo caso, la sconfitta del PD non è arrivata per colpa del segretario Walter. Ora che avrebbe dovuto tenere saldamente in mano le redini, per rispondere con altrettanta durezza a chi non vuole accettare che non si può fare un partito “nuovo” per una politica “nuova” con uomini vecchi (di mentalità prima che di anagrafe), ora ha mollato.
Il PD sardo, anch’esso senza segretario, attende di sapere chi sarà il suo nuovo timoniere. Ricordo che il neonato partito, in nome del “rinnovamento”, si era scelto per segretario un virgulto della Prima repubblica, che oggi, sconfitto Soru, può tornare a tessere le sue trame old politics; così, le speranze che il prossimo timoniere sia veramente “nuovo” sono pochine. E il PD sardo, come il PD nazionale dell’era Walter, continuerà nella sua migliore performance: l’imitazione del “Titanic”.

4. Meschineddos. Un candidato algherese del PDL ha comprato la sua elezione nel nuovo Consiglio regionale della Sardegna, regalando agli elettori chili e chili di carne… Pensavo che la “politica della pastasciutta” fosse roba di altri tempi, ma forse questo è soltanto un caso di campagna elettorale creativa. Allora sotto! Chi avrà il merito della prossima straordinaria trovata?
D’altra parte, la critica severa ed efficace contro il malcostume dei partiti si poteva fare quando la “politica come servizio” non era ancora uno slogan vuoto, prima dell’intrigo pentapartitico, del connubio democraxiano, di “tangentopoli”; quando i riferimenti ideologici rendevano credibile l’operato dei governi e delle opposizioni. Ma oggi, ce lo dicono anche gli illuminati “riformisti”, le ideologie sono soltanto inutili relitti del secolo passato (strano che il loro giudizio non valga anche per lo stesso riformismo, che è un valore ideologico d’origine addirittura sette-ottocentesca).
Dentro l’attuale vuoto pneumatico della sfera politica le persone continuano ad ondeggiare da una parte all’altra, perché i riformisti e i paladini “delle libertà” (credevo che la Libertà fosse una…), insieme, gli hanno spiegato che il bipolarismo è la soluzione migliore per l’assetto politico e la governabilità di un Paese moderno: “Indietro non si torna!” (sempre il Traghettatore). Così, rivolgendosi ora ai libertari, ora ai riformisti, i cittadini credono di operare una scelta, di disporre di un’autentica alternativa. Ma non è così, perché al blocco “moderato” del centrodestra, derivato principalmente dalle clientele del “C.A.F.”, si è accostato il blocco “moderato” del centrosinistra senza Sinistra, generato dall’appiattimento degli ex DS sulle posizioni centriste degli ex Margherita. Dov’è l’alternativa? Non c’è, come dimostrano i programmi di governo dei due schieramenti, speculari fino all’imbarazzo, e i loro provvedimenti di governo, drammaticamente simili nella comune inefficacia.
Adesso è toccato ai sardi compiere l’ennesima oscillazione, nella speranza che dopo le bistecche arrivino i posti di lavoro e qualche soldo in più nelle tasche di chi ha bisogno… Meschineddos…


Francesco Obinu

martedì 17 febbraio 2009

Politica. Come è potuto succedere

Punto primo: non è una tragedia. Tecnicamente, Soru ha perso perché, come a Pili nel 2004, gli è mancato l’appoggio della “coalizione”. Soru ne conosce benissimo il motivo. Ma ha perso anche per altri motivi. Principalmente per la durezza e la realtà delle cose. Prendiamo un caso emblematico: La Maddalena. Dopo decenni di “a fora sa Nato!” (slogan in voga soprattutto fuori dall’arcipelago), si è concretizzato un sogno di tanti ma non di tutti, la fine della presenza americana. Ma anche la fine di tanti posti di lavoro, con problemi urgenti di “riconversione” e i Sardi, si sa, hanno problemi in questo tipo di alchimia economica (vedi il “parco” dell’Asinara). E allora, ancora una volta la risposta ai problemi dei Sardi, che non sono mai stati (almeno negli ultimi 500 anni) né indipendentisti né sardisti, non può che venire dallo Stato che (demo)cristianamente tende la mano per sistemare le famiglie, che hanno bocche da sfamare prima ancora che per cantare canzoni di Elena Ledda. Se poi la grande occasione del G8 si trasforma in una distribuzione extrainsulare degli appalti poco male, l’importante è avere garantiti cantieri dove trovare posti da manovale e dintorni. Nel 2004 Soru ha vinto perché vendeva orgoglio, riscatto e innovazione. Ma la realtà è meno poetica e la sardità non è bastata (non è mai bastata). Ieri, più che “a fora sa Nato!” la parola d’ordine è stata “a fora Renato!”, a destra e a sinistra e lui, Renato, sa bene perché e dovrebbe interrogarsi sul suicidio politico costruito in anni di testarda solitudine al comando. Così come dovrebbe interrogarsi quel betta-domos di Veltroni che si conferma sfascia-coalizioni di successo, vero ispiratore della politica del nulla, l’uomo che nominava suo coordinatore in Sardegna Paolo Fresu, a decantare le meraviglie della casa del jazz alla Magliana. Le risposte di Soru, condivisibili in molti punti, si sono rivelate troppo “intellettuali” di fronte alle aspirazioni e ai sospiri dei Sardi, che nell’attesa di crescere e di imparare a fare da soli hanno ancora bisogno di mamma Italia e di professarsi, cantando commossi davanti alla tv, «schiavi di Roma». Altro che abolizione di Province e Comunità Montane. Dagli strati più bassi a quelli culturalmente più preparati ed economicamente agiati la solfa è sempre la stessa, oggi come ieri: solo un posto statale può garantire sicurezza. Senza tralasciare il settore trainante dell’edilizia, meglio se abbinata alla speculazione. Ci sarà tempo per piagnucolare per la perdita delle spiagge libere e per le coste deturpate. Meglio incassare subito.
Alessandro Soddu

giovedì 12 febbraio 2009

Società. L'amore e il rispetto



La voce fuori campo nella scena finale di Blade runner, sul gesto estremo dell’androide Roy, mi rimbomba nella testa da anni: «forse in quegli ultimi momenti amava la vita più di quanto l’avesse mai amata; non solo la sua vita, la vita di chiunque». Tutto questo parlare (e urlare) sul diritto alla vita propria e sulla vita altrui mi ha richiamato alla mente anche le ultime ore di Wojtyla e la frase («lasciatemi tornare al Padre») che il pontefice avrebbe pronunciato sul letto di morte. Inevitabilmente la fine drammatica di Wojtyla è stata accostata e quella di Welby e Nuvoli, il cui commiato dalla vita ha avuto certamente presupposti del tutto diversi. Ad accomunarli vi è (o sarebbe) la consapevolezza della propria decisione. Quello che mi ha colpito nella conclusione del dramma esistenziale di Nuvoli è stato però il suo terrore nel momento della scelta estrema di abbandonare il mondo; la sensazione mostruosa, più forte della paralisi, di dover perdere ciò a cui si è naturalmente abituati: la vita, racchiusa negli sguardi, nei gesti e nelle parole delle persone rimaste a lungo intorno a lui. Una scelta dolorosissima, almeno quanto il dolore di contenere per anni il proprio corpo estraneo. Un non giudicabile baratto tra un moto supremo di libertà e la possibilità di restare e di esistere, seppure a costi altissimi e ormai insopportabili. Solo questo basterebbe a chiarire che non c’è alcun sollievo, né da parte di chi decide, né di chi sta accanto ai cosiddetti malati terminali, nel determinare la scelta del distacco finale. Non c’è alcuna interruzione della sofferenza, semmai una moltiplicazione del dolore fino alla vertigine. L’esperienza di chi è ridotto allo stato vegetativo ha caratteristiche differenti, ma comune, anzi, maggiore, è lo strazio dei familiari che si prodigano nell’assistenza. Dal caso Englaro viene una tale lezione sul valore del rispetto della dignità e della libertà della persona, da sperare che negli anni a venire se ne traggano le opportune conseguenze sul piano culturale e legislativo. Ci vorrà del tempo. La miseria umana e intellettuale messa in mostra in questi giorni da più parti ne è la prova evidente.

Alessandro Soddu


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lunedì 9 febbraio 2009

Politica. No representation without information

La grande mole degli elettori si trova tra il camaleontico carro della politica e quello sempre più camaleontico degli analisti della politica. Sorvoliamo un attimo sui carnascialeschi carri che sfilano nelle ultime settimane in Sardegna e soffermiamoci su chi deve votare. Allora:
1) quelli di destra (di destra?): quelli di destra voteranno Cappellacci. Chi? Ma sì, Cappellacci, quello… sì, dai…lo sai… quello che ha fatto… vabbè, sempre meglio di Soru!
2) quelli indipendentistzi (nanneddu meu, nanneddu meu): quelli indipendentistzi, siccome chereno una natzione come cussa di Scozia, voteranno o Irs o PSd’Az o Unidade . Ma solo se riusciranno a capire la differenza tra i tre partiti e soprattutto se le schede elettorali saranno scritte in sa limba de sa patria sarda, gaz!
3) quelli di sinistra: quelli di sinistra PD (ebbene sì, esiste una sinistra PD!): quelli di sinistra PD - di sicuro - non voteranno Soru, così impara! E quando a governare sarà la destra, noidelpartitodemocratico sapremo fare una bella opposizione;
4) quelli di sinistra PRC (ebbene sì, esiste ancora una sinistra PRC!): quelli di sinistra PRC sono rimasti in 76 (li ho contati personalmente) e ognuno voterà un candidato diverso.
5) quelli di sinistra pro Soru (la soristra): quelli di sinistra pro Soru voteranno Soru. Perché è sardo. Perché è un genio laureato alla Bocconi, mica uno scemo! E poi Tiscali, dove la mettiamo? E il salvacoste? Meglio Soru, meglio Soru.

Insomma, a decidere sarà una maggioranza apolitica, disinformata, acritica, superficiale. Non sarebbe il caso di partire da questo dato ? Alla base del voto, richiamando alla mente la Rivoluzione americana del Settecento, io propongo di sancire – tacitamente – un nuovo principio: no representation without information.

Denise Pisanu

giovedì 5 febbraio 2009

Politica. La maschera e la lagrima



L’assioma pirandelliano della maschera che ognuno di noi porta costituisce una delle banalità più ricorrenti nei discorsi dei talk show pomeridiani. Il che è surreale vista la parata di lascive colombine, degne della sala da ballo di Eyes Wide Shut. Se però l’imperativo è quello di fare buon viso a cattivo gioco, anche di fronte alla crisi più nera, e di sorridere sempre, come all’ultimo drink sul Titanic, si capisce che la tensione dei muscoli facciali fino alla paresi è molto più di un semplice invito. Può infatti diventare uno slogan e un programma politico, ancora più efficace se ad architettarlo è un mago della comunicazione come Gavino Sanna, un tempo guru di Soru, ora gran ciambellano di Cappellacci. C’è però un piccolo problema filologico. Per «tornare a sorridere» occorre averlo fatto prima o essere comunque abituati a farlo. Cosa che non sembra esattamente nelle corde della maggioranza dei Sardi, sia per una condizione generale non proprio rosea, sia per un fatto per così dire costituzionale, che dalla faccenda dell’erba sardonica in poi ha disegnato sulla nostra bocca un ghigno scettico piuttosto che il sorriso beffardo e un po’ ebete del joker. Senza arrivare alla simpatia irresistibile di Pierrot, anche le maschere carnevalesche sarde non comunicano esattamente allegria e spensieratezza. In un breve trafiletto apparso su “Il Sardegna” di qualche giorno fa, il fotografo Pablo Volta ha descritto perfettamente lo spirito del carnevale sardo tradizionale (quello barbaricino per intenderci), colto in un servizio realizzato nel 1957: «serio, severo, direi triste. A differenza di qualsiasi carnevale, nessuno dei partecipanti rideva». Pablo Volta aveva capito tutto. La fondamentale serietà e tristezza dei Sardi, scolpita nella sua solenne tragicità nella faccia della Madre dell’ucciso di Ciusa [vedi foto], ha poco a che vedere con le mascherine da sfilata ridanciana. Ecco perché il triste Renato, oltre che per la fama di imprenditore vincente, si è rivelato la maschera nella quale potersi facilmente riconoscere. Il mamuthone d’oro può forse servire come volano turistico o per soddisfare accessi di sardismo senile, ma la purezza e la dignità di certi riti ancestrali non è roba per istranzos e faremo bene a ricordarcene.

Alessandro Soddu

lunedì 2 febbraio 2009

Politica. Nelle province dell'impero

“Viaggio nel Lazio, la misteriosa terra dei Latini (e dei Laziali)”. Potrebbe essere questa la risposta invernale ai tanti instant books o libri per l’estate, insomma le periodiche ruffianate editoriali che pongono al centro della narrazione la scoperta o riscoperta dell’altra Sardegna, quella che non ti aspetti e che sostanzialmente non deve chiedere mai. Un viaggio che potrebbe iniziare da Civitavecchia o da Fiumicino all’insegna dei profumi forti del mare, del porto e dei binari ferroviari. La campagna elettorale per le regionali che impazza in questi giorni sembra ritagliata su questi immortali luoghi comuni. I nuraghi-cantina di Berlusconi e «i nuraghe» (e magari anche «la seadas») del linguista Veltroni, la sardità che corre sul filo dei cognomi, mentre i mori bendati faticano a trovare la sede del Partito Sardo d’Azione. Stati indipendenti e stati di dipendenza che si mescolano allegramente nei discorsi e nelle strategie su un futuro inesistente. E intanto il carrozzone dei senzavergogna visita le province dell’impero per proporre il consueto e consunto copione. Ma a fare impressione più che i numeri circensi (onore ai nani e alle ballerine cui deve andare il rispetto e l’eterna gratitudine di questo mondo stupido) sono le facce degli astanti, pronti ancora una volta a ingoiare le pozioni magiche del great pretender di turno (chentu concas, chentu psichiatras). In terra sarda non è sicuramente originale sentire i leaders nazionali pontificare sulla bellezza dell’Isola e del suo(?) mare, proponendo quale soluzione di tutti i mali il turismo e l’agro-alimentare. Il che è anche giusto, come è giusto che siano i Sardi a governare le strategie economiche, se è il caso con l’asprezza che il momento richiede. Ed invece piano paesaggistico e tassa sul lusso (provvedimenti certamente discutibili, ma sacrosanti nell’impianto programmatico) sono spesso diventati occasione per vomitare insulti sulle attuali istituzioni regionali che, pur tra limiti e responsabilità di cui renderanno conto agli elettori tra poco, hanno restituito dignità e visibilità politica alla Sardegna dopo decenni di supino grigiore. La satira si addice poco ai Sardi. Infatti lo spettacolo è semplicemente disgustoso.
Alessandro Soddu